Il maratoneta scalzo: 45 anni fa moriva Abebe Bikila, eroe di Roma ’60


Certe corse non finiscono mai. Così come certi atleti – che magari scompaiono tanto giovani da scansare la vecchiaia – non scompaiono davvero. Semplicemente «cambiano forma»: diventano leggenda. Sono 45 anni dalla sua morte, datata 25 ottobre 1973: fine terrena dell’etiope Abebe Bikila da Addis Abeba (classe 1932) nato sotto l’Impero di Hailé Selassié, cresciuto in parte sotto quello «farlocco» dell’Italietta pre-bellica. Poi diventato poliziotto (e guardia del corpo personale dell’imperatore) ma soprattutto maratoneta e, nel 1960 a Roma e nel 1964 a Tokio, incoronato bi-campione olimpico. In un’epoca in cui anche solo partecipare per un atleta africano sapeva di «miracolo». Un uomo dai record assoluti: primo per (inconsapevole) vocazione, anticonformista (suo malgrado) e legato a Roma per sempre. Come edera ai marmi di un suo monumento; alle sue strade, alle sue bellezze e alla sua gente. Da quel caldissimo 10 settembre 1960.

Quel giorno dei Giochi della XVII Olimpiade Bikila vinse la maratona correndo i 42.195 metri canonici… Senza scarpe. Cogliendo, oltre alla prima medaglia d’oro africana nella storia a cinque cerchi, una gragnola di altri successi. Alcuni sportivi ed evidenti; altri sociali e meno visibili. Fra questi ultimi certamente quello – da atleta delle ex colonie fasciste – di aver vinto nell’Urbe con la sua falcata inarrivabile, l’inconsapevole irriverenza della sua «calzatura naturista» e l’involontario messaggio di cui era latore. Verso un popolo italiano, ora più umile e consapevole, che aveva ancora negli occhi e nelle orecchie la disturbante retorica tronfia e razzista del «Faccetta nera» e del «Posto al sole» (rubato anche agli abissini). Vinse in 2h15’16″2: record del mondo, manco a dirlo, 25″ davanti al marocchino Ben Abdesselam.

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Una corsa dinoccolata e madida come certe imprese sportive che si «appiccicano» alla storia; conclusa in una serata di luci e suggestioni sotto l’arco di Costantino. Con il rumore sordo e ovattato dei suoi passi nudi sul porfido, le urla della gente e lo stupore dell’italiano medio per quei piedi che affrontavano il selciato. Con il coraggio di chi arriva da lontano, ne ha viste tante e non ha paura.

Quella di correre scalzo pare fosse stata una scelta tecnica, presa col suo allenatore svedese. Si disse che dalle piante furono poi estratte pietruzze, rametti e schegge di vetro. Ai giornalisti, e a chi gli chiedeva il motivo di quella scelta, spiegò che era stata presa anche per ricordare ed onorare il proprio popolo. Poverissimo e senza mezzi, spesso nemmeno le calzature…

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A Tokyo ’64 Bikila – operato di appendicite sei settimane prima – vinse ancora e con un nuovo record iridato: 2h12’11″2. Ormai leggenda assoluta e simbolo della libertà e dell’autodeterminazione africana, rimase paralizzato a vita in un incidente stradale ad Addis Abeba nel ’69. Non tornò più a camminare, ma a gareggiare sì. Riuscì a distinguersi nel tiro con l’arco (anche alle paralimpiadi di Heidelberg nel ’72) e nel tennistavolo. Morì (per emorragia cerebrale) a 41 anni, un 25 ottobre qualsiasi. Alla sua memoria è dedicato lo stadio nazionale di Addis Abeba. A Roma, cinquant’anni dopo la sua impresa, di fronte all’ingresso del Palatino è stata apposta una terga in memoria sua e della sua corsa. La stessa, «ovattata ed eterna», che una sera di settembre lo condusse nel mito.

24 ottobre 2018 (modifica il 24 ottobre 2018 | 15:45)

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