Il gran ballo dei debuttanti rimette in pista l’Italia


GENK L’effetto, ammettiamolo, è un po’ straniante. Perché le facce nuove in Nazionale si avvicendano con tale frequenza che uno come il terzino sinistro Cristiano Biraghi — debuttante a settembre e decisivo a ottobre in Polonia con il gol che ha evitato la retrocessione in Nations League — sembra quasi un veterano. Ma il lavoro di Roberto Mancini, abbozzato a giugno e accelerato negli ultimi tre mesi, ha centrato il primo obiettivo: quello di dribblare le macerie fumanti del Mondiale fallito e ricostruire prima lo spirito e l’autostima del nuovo gruppo azzurro.

Le porte di Coverciano per ora sono spalancate, poi da marzo con le qualificazioni per Euro 2020 ci sarà una naturale fase di sintesi e qualcuno se le vedrà sbattere in faccia. Ma in questo vorticoso giro di nomi, volti, ruoli, storie e aspettative che è diventata la Nazionale, il ballo dei debuttanti sta trascinando l’Italia di nuovo in pista. E Mancini non si tira indietro, anzi. Tanto da dire che «a parte la Francia campione del mondo, credo che l’Italia sia tra le più forti d’Europa. Tutti ci devono temere. E nel 2019 le vorrei vincere tutte…».

Il c.t. ha già convocato 53 giocatori, facendone debuttare 14 e studiandone altri 3 giovanissimi che non hanno giocato, come Zaniolo, Pellegri e Tonali. Un metodo, a metà strada tra il casting e lo stage, che solo nella sfida di Lisbona col Portogallo ha dato l’impressione di un certo caos, ma poi è sembrato più sensato: il Mancio ha scelto un 4-3-3 molto duttile nella metà campo avversaria, tenendosi l’opzione tra il tridente leggero con Bernardeschi e il tridente classico, in attesa di un centravanti che faccia gol. All’interno di un contesto tecnico e tattico così definito, i debuttanti non sono stati mandati allo sbaraglio: martedì contro gli Usa tutti e tre — Sensi, Grifo e Kean — hanno colpito per la personalità e per la naturalezza con cui si sono inseriti. E assieme a Politano (debuttante a giugno con l’Arabia e decisivo in Belgio), anche Biraghi, Palmieri e Barella sono tra le novità più interessanti di Casa Mancini.

Che ha l’aria di essere un luogo rigenerante e senza pregiudizi, dove può trovare spazio anche chi ha giocato pochissimo col club (Kean, 12 minuti nella Juventus), chi si è sempre sentito dire che è troppo basso per giocare a calcio anche se ha iniziato giocando in porta (Sensi), chi è nato in Germania ma non ha mai smesso di sentirsi italiano (Grifo). E può farlo anche col 10 sulle spalle come il 25enne dell’Hoffenheim o nel ruolo delicato di regista come il marchigiano del Sassuolo cresciuto nel mito del catalano Xavi, oppure al centro dell’attacco come Kean, primo 2000 a debuttare in Nazionale, con la «benedizione» di Balotelli: «Finalmente! Fiero di te fratello. Ora aspettami che arrivo…» ha scritto Mario a Moise, vercellese di origine ivoriana, col quale condivide il procuratore Raiola. «Ma io sono completamente diverso da Balotelli, anche se in tanti mi paragonano a lui e non so perché…» ha replicato lo juventino, che è stato il primo nato nel 2000 a segnare sia in A che in Champions. In effetti Kean è svelto e dà profondità alla squadra, anche se Balo resta stabilmente in cima alle preferenze del Mancio. Ammesso ovviamente che a marzo torni come nuovo.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

21 novembre 2018 (modifica il 21 novembre 2018 | 21:50)

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