Il gol del City dopo 44 tocchi? Per capirlo guardate le battaglie del film «Il Signore degli anelli»


Non è un record, perché il primato resta – ironia – allo United, coi 45 passaggi della lunga incubazione del gol di Juan Mata contro il Queen’s Park Rangers (settembre 2015, quello del definitivo 4-0); primato, del resto, non casuale, dato che sulla panchina dei Reds sedeva Louis Van Gaal, uno dei Maestri «indiretti» di Guardiola (per la mutuazione del «respiro» della squadra e lo sfiatamento verso il portiere nella dinamica del possesso-fraseggio).

E nemmeno si può dire che le modalità «esterne» siano inedite: anche in Italia, l’anno scorso, abbiamo visto gol con preparazioni altrettanto prolungate: vedi certi gol del Napoli di Sarri o – su tutti – il gol conclusivo di Kalinic in Chievo-Milan 1-4, dopo 43 passaggi di costante avvolgimento-riavvolgimento e la ricerca paziente del corridoio spazio-temporale adeguato.

Eppure, i 44 passaggi del 3-1 finale del City sullo United (uno meno di Van Gaal, uno più di Montella) hanno un significato diverso: per la forza e il prestigio dell’avversario (società e coach), per la condensazione dei principi di gioco espressi, per il grado di avanzamento di una ricerca – quella di Pep – sempre più simile a un’evoluzione – più che rivoluzione – permanente, come si può notare dalle «sequenze di avvicinamento» di tutto il periodo post-Barça.

I movimenti e i passaggi del City sul gol (Opta)
I movimenti e i passaggi del City sul gol (Opta)

Tutto comincia la sera del 2 ottobre 2013 all’Etihad, ma – paradossalmente, con Pep sulla panchina del Bayern, e la sua futura squadra allenata da Manuel Pellegrini. Quella sera, i bavaresi (vittoria per 1-3) si muovono per 80 minuti come un super-organismo plastico e sfuggente, senza poter riprodurre l’«insostenibile leggerezza» del Barça (anche per la biomeccanica dei giocatori), ma riprendendone l’atteggiamento dominante e la prossimità delle fasi possesso-pressing. Acme di quella performance di «arte in movimento», i 3 minuti e 27 secondi – tra il 65’ e il 69’ – in cui la squadra riesce a tessere un gigantesco rondo (in gergo l’esercizio-principe del possesso), impressionante per precisione, velocità, durata: rondo di cui esistono in Rete diverse versioni, come quella con la musichetta del «Benny Hill Show». L’intero stadio applaude a lungo a scena aperta, implementando quella sequenza nella memoria collettiva per «risvegliarla» al momento della firma di Pep per i celesti e farne una specie di «prototipo» del football atteso.

E Pep li ha accontentati, andando addirittura oltre quel 2 ottobre e oltre il gioco del Bayern: e questo ben prima di ieri, in molti match di Premier e Champions: un esempio tra i tanti, i 19 passaggi del gol (il terzo del 3-0 all’Arsenal di Wenger, 1° marzo di quest’anno), che contengono già tutti gli elementi di quello di Gundogan di ieri: alternanza di tocchi di prima e palla tenuta («sospesa»), passaggi vicini e cambi di fronte, il citato respiro con l’addensarsi/sgranarsi della squadra, gli smarcamenti incessanti di tutti i giocatori secondo la tessitura del «gioco di posizione». Tutti elementi costituivi della ricerca affinata da Pep negli anni di Monaco e Manchester, quando – per adattare il suo football prima alla Bundesliga e poi al calcio-rugby della Premier – è arrivato via via a graduare-modificare certi connotati spaziali (le 5 fasce verticali e le 4 orizzontali di partizione del terreno, coi 20 riquadri da coprire plasticamente) e temporali (i 5 secondi del recupero palla), fondendoli in un’unica rete sempre più dinamica e fluida.

Pep Guardiola e Gandalf
Pep Guardiola e Gandalf

Al City, in particolare, quella ricerca è arrivata a un’inedita «sintesi» rispetto al gioco «analitico» del Barça: a un’euritmia inconfondibile dei movimenti con o senza palla che ricorda un «legato» musicale da archi dei Berliner; e questo, ieri, senza Kevin «Ron» De Bruyne (da ragazzino era il clone dell’amico di Harry Potter), che di quella visione sintetica è l’esecutore – o meglio il concertatore – principale (vedi dosaggio e timing di «rilascio» di certi suoi passaggi in penetrazione). Questa sintesi – una specie di effetto Apple, sia per la funzionalità del software che per la levigatezza del design – contiene un’acquisizione contro-intuitiva: il fatto che il City pratichi un football molto più funzionale-essenziale e meno «barocco» di quanto non sembri (il che si traduce, per inciso, anche in uno dei segreti della sua resa estetica). Il suo possesso-fraseggio non è mai (come in certi team portoghesi) gratuito e masturbatorio, ma – secondo il gioco posizionale – sempre teso a disarticolare l’assetto difensivo avversario. Di più: l’interazione di passaggi, nel suo insieme, sembra rispondere alle leggi della semplicità esposte nel trattatello del graphic-designer John Maeda, dove «semplicità significa sottrarre l’ovvio e aggiungere il significativo». Questo intende Pep stesso quando parla del «saper giocare semplice»; ed è chiaro che si tratta di una semplicità come punto d’arrivo dannatamente difficile (e complessa) da raggiungere.

A ben guardare, il senso di unità armonizzata tra biologia e matematica espressa dal City è riconducibile proprio a certe conquiste recenti del software, In particolare, la squadra sembra funzionare come un algoritmo selezionistico, quel tipo di algoritmo – utilizzato per esempio da Peter Jackson nelle scene di battaglia in 3D del «Signore degli anelli» – che adatta via via le proprie simulazioni ai feedback dei dati in entrata. Ricordiamo, al riguardo, che in biologia la «selezione» (darwiniana) è l’opposto dell’«istruzione» lamarckiana: definisce – vedi il sistema immunitario – un repertorio di «proposte» prodotte a prescindere dal contesto, che si adattano plasticamente alle sollecitazioni ambientali (in questo caso, lo sterminato ventaglio degli anticorpi rispetto agli agenti patogeni). Nello sport, una divaricazione più o meno equivalente è quella tra un atteggiamento «proattivo» (propositivo-costruttivo) rispetto a uno «reattivo» (conservativo-attendistico).

Domenica – nel gol dei 44 passaggi, ma in tutto il match – il City era proprio l’applicazione in vivo di un algoritmo selezionistico. Oltre ai tratti già evidenziati – su tutti il giocare sul timing e sugli spazi, muovendo la palla e gli uomini con precise sinergie e sincronie, più importanti ancora della velocità e anzi tese a esaltarla – colpisce, guardando il video, la capacità di giocare «sul» pressing e sulla marcatura avversaria, utilizzando quella «risposta» per avanzare la propria contro-proposta (l’adeguamento, in tempo reale, della struttura e della cadenza della propria costruzione). È un concetto giù espresso più volte da Xavi Hernandez, quando ricordava come nel Barça si cercasse quasi di «attirare» i giocatori avversari sul portatore per ritardare lo «scarico» sul compagno smarcato e aprire spazi e tempi per l’ampiezza e/o la profondità.

È proprio il brand «selezionistico», in definitiva, a conferire al City quella plasticità-fluidità che fa sembrare (quasi) tutti gli avversari più rigidi e meccanici. Il che non significa, ovviamente, che il City sia la squadra «più forte», né che sia quella esteticamente più appagante (in tanti preferiscono un calcio «reattivo» di presidio e ripartenza/contropiede). Significa solo che Pep (coi suoi ragazzi) sta continuando nella ricerca, in un viaggio in cui ogni stazione – come la verità in un celebre romanzo di Philip Dick – è sempre la penultima.

12 novembre 2018 (modifica il 12 novembre 2018 | 18:45)

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