«Il digitale? All’Europa manca una piattaforma per competere»


DAVOS «Internet, i dati, l’intelligenza artificiale non sono più cose da scienziati: la digitalizzazione rappresenta un salto, un cambio di paradigma industriale ed economico, come sono stati il motore a scoppio e l’elettricità», sostiene Francesco Caio, 61 anni, presidente di Saipem, ex Ceo di Poste ed esperto di tecnologia, in passato advisor per la digitalizzazione del governo inglese e di quello italiano. E nella guerra tra Washington e Pechino, vede un’occasione per l’Europa. «Abbiamo le competenze, è il momento di metterle in pratica per rilanciare il Continente, in contrapposizione al modello americano e a quello cinese».

Al World Economic Forum si incontrano i protagonisti dell’economia, della politica, della salute, della cultura per affrontare le grandi sfide del futuro. Che cosa ha colto quest’anno?

«Una consapevolezza crescente che la questione dell’informatica, come si chiamava una volta, non è più confinabile alla tecnologia o all’economia, ma è determinante per l’identità, per la cittadinanza, per il riconoscimento sociale. Ho trovato interessante che sia stato uno dei grandi temi sollevati dalla cancelliera Merkel. Le telecomunicazioni hanno iniziato a collegare le città, poi i palazzi, poi le persone, oggi gli oggetti: abbiamo raggiunto un livello di compenetrazione tra digitale e reale straordinario. E’ naturale che diventi un tema di confronto strategico, se non di scontro, tra Stati Uniti, Cina ed Europa. Il caso Huawei non è casuale, ma riflette questa tensione».

La contrapposizione è tra il modello americano e quello cinese. L’Europa è in mezzo.

«Il tema sono le grandi piattaforme digitali: in America ci sono grandissimi player e una politica un po’ distratta. L’Europa sta facendo un grande lavoro regolatorio ed è l’unica in grado di confrontarsi con i giganti del web, ma non ha i giocatori globali. Poi c’è la Cina, dove i due elementi lavorano in modo sinergico: un governo che abbraccia l’industria 4.0 e giocatori molto potenti. E’ una congiuntura astrale super favorevole, perché Pechino non ha il fardello di sistemi obsoleti pre internet con cui fare i conti; dispone di un enorme mercato unico; ha voglia e determinazione di investire i capitali risparmiati e ha un approccio sistemico. Capisco il desiderio di un’Europa diversa. Oggi i dati e la capacità di gestirli hanno un impatto pervasivo, anche sulla nostra salute, perciò serve una visione istituzionale su come usarli. Per l’Europa rappresenta un’enorme opportunità di rilancio, per investire nella salute e nel benessere dei cittadini: la digitalizzazione taglia i costi della sanità e migliora i risultati. Se viene colta, l’eurozona potrebbe davvero diventare un’Europa del popolo».

«L’Europa ha tanti dati quanto la Cina, ma non li stiamo usando. Costruiamoci la nostra piattaforma. In Europa abbiamo le competenze, ora si tratta di metterle in pratica. Tutti i grandi esperti di Intelligenza artificiale sono ancora negli Usa, ma la Cina è stata più veloce nell’adottarla nei suoi processi produttivi. Questa è una sfida centrale per la crescita sostenibile. Pensiamo a cosa succede in agricoltura: con la tecnologia si può aumentare del 40% la produttività dei vigneti, Ma non è una sfida che si vince da soli, dobbiamo lavorare insieme».

Perché l’Europa non ha costruito le piattaforme per competere con Amazon e Alibaba?

«Perché non ha mai avuto un vero mercato unico, una lingua comune, e nemmeno il mercato dei capitali degli Usa. Chi arriva prima si prende la torta, perciò non ci resta un tempo infinito. The winner takes it all».

Angela Merkel a Davos ha detto che in America i dati sono delle aziende e in Cina del governo. A chi appartengono i dati?

«In genere sto dalla parte del cittadino. Ma non esiste una risposta, dipende dal settore».

E’ preferibile fidarsi di un governo o di un’azienda?

© RIPRODUZIONE RISERVATA

27 gennaio 2019 (modifica il 27 gennaio 2019 | 16:46)

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