il 10 febbraio a Fresno «La mia forza sono gli italiani» –


Massimo Basile

NEW YORK

Due mesi dopo la notte del Madison, The Gladiator racconta al telefono di essere sdraiato sul lettino del fisioterapista. Ha finito la seconda seduta di allenamenti e divorato la cena fatta di due bistecche («allucinanti», dice), verdura, riso e succo di frutta. «E’ un po’ un’americanata», ride Guido Vianello, 24 anni, romano, pugile dei massimi passato tra i professionisti. Da quattro mesi Vianello vive in California e si allena nel centro sportivo di Big Bear Lake, Contea di San Bernardino, duemila metri d’altezza. Dalla vetrata, racconta, si vedono i boschi innevati. La stazione sciistica va a pieno regime, ma non c’è spazio per il divertimento: tra ventidue giorni, il 10 febbraio, Vianello salirà di nuovo ring, al Save Mart Center di Fresno, California, una multiarena da 16 mila posti. Gli obiettivi sono tre: «Vincere». Poi? «Farlo al primo round, perché il coach non è stato contento del mio debutto». E terzo? «Ispirare i ragazzi italiani al cambiamento, a inseguire i propri sogni». 

Da quando ha debuttato, Vianello è diventato una star sui social: su Instagram ha superato i quindicimila followers. 

«E i giovani pugili mi scrivono da tutta Italia per chiedermi un consiglio, un parere, come portare un colpo, come muoversi. E’ bello sentire questa energia, e io voglio essere per loro un esempio. Sto realizzando il mio sogno, voglio che anche gli altri trovino la forza e il coraggio per inseguire i propri».

Come è la vita da pugile negli Usa?

«Il mio allenatore, Abel Sanchez, mi sta molto, molto appresso. Ogni volta che mi muovo sul ring mi dà nozioni tecniche, punta molto a come colpire, colpire e spostare il peso. Faccio molto sparring, con un ottimo pugile come Joe Joyce, il mio compagno d’appartamento. Facciamo sparring tre volte a settimana, è molto importante». 

Come sta migliorando, e in cosa?

«Sto migliorando molto nel momento di portare il colpo, nell’impatto. Sento che il mio corpo sta cambiando, nell’uso del peso, della spalla, del braccio».

Rispetto all’Italia quanto sono diversi gli allenamenti?

«In Italia avevo adottato un metodo scientifico, studiavo il tipo di seduta. Qui è tutta una questione sopravvivenza, molto sulla resistenza. Io in tre mesi mi sono ingrossato e sono dimagrito, l’altro giorno mi sono pesato: stavo a  centodieci chili, di norma stavo a centosette».

Alto quanto?

«Uno e novantotto». 

Dal giorno del debutto a New York la vita è cambiata. Sensazioni?

«Sono molto contento, diciamo che la notizia è arrivata. Nel mio settore molti ragazzi mi hanno contattato, mi contattano tutt’ora, vedono tramite me il sogno che tutti vogliono fare, una cosa che non avevo mai provato. Fuori dal pugilato, persone che non sono del settore, mi hanno scritto e incoraggiato. Sicuramente si può fare di più, nelle televisioni italiane ancora non ci siano, ma l’obiettivo è arrivare lì». 

Mica vorrà finire a fare l’Isola dei Famosi?

«Ma no. Adesso sto trattando con un’agenzia di immagine, mi faranno un programma, ho parlato con qualche radio, manca la televisione, il mio scopo è di parlare di quello che faccio, dello sport, dei grandi valori, vedo una strada verso il titolo mondiale, nella mia testa lo vedo, ci sono tutti i mezzi, ora devo costruire match dopo match, passo dopo passo. Ma voglio parlare ai ragazzi, e dire che l’Italia è amata da tutti, tutti sono pazzi per noi».

Il 10 febbraio a Fresno il secondo match. Sarà un’attesa diversa rispetto a due mesi fa.

«Non pensiamo all’avversario, ma a ciò che devo provare sul ring. E’ un match per fare esperienza da professionista, sicuramente prima di New York avevo l’ignoto, non sapevo a cosa stavo andando incontro, il primo impatto con il pubblico americano mi ha fatto capire che salendo sul ring dovevo solo fare quello che faccio ormai da dieci anni. Resto con i piedi per terra. A Sanchez non era piaciuta la prima ripresa».

Cioè?

«Dovevo finire subito al primo round, dai prossimi mesi dobbiamo accorciare i tempi, invece giravo, dovevo far vedere qualcosa al pubblico, ma adesso devi chiudere il match prima possibile».

Nella sua testa, quando pensa che salirà sul ring per il titolo mondiale?

«In base al programma, le dodici riprese le affronteremo tra quattro anni, o almeno non prima di tre, le cose vanno fatte con criterio, poi andremo a giocarci il titolo mondiale».

Intanto c’è Fresno.

«E poi spero di tornare presto a New York, ma vogliamo prendere l’arena principale del Madison, non il teatro». 

Il fondatore della sua scuderia, la Top Rank, Bob Arum, ama l’Italia. La vedranno presto? 

«Bob è pazzo degli italiani. Diciamo che è propenso. Secondo me entro la fine di quest’anno potremmo farcela a organizzare un incontro in Italia». 

Dopo il debutto, ha dato un altro esame, stavolta all’Università: sociologia. Il prossimo?

«A giugno ne avrò due: storia e filosofia politica».

Dall’Italia si è fatto vivo qualcuno?

«Con Eros Ramazzotti ci siamo sentiti. Gli ho mandato una clip del debutto al Madison, mi ha detto ammazza che bestia».

Il suo campione preferito, Totti?

«No, non ancora».

L’Italia le manca? 

«Qui negli Usa ho tutto e si sta benissimo. Ma è chiaro che l’Italia è speciale, è la via di mezzo giusto per tutto, sia per il tempo, il cibo è perfetto, il problema è che mi rendo conto è che mancano certi mezzi, per fare sport a questo livello, qui ho trovato un ambiente fantastico, ma secondo me l’Italia ha un valore che manca nel resto del mondo, forse il calore, l’affetto delle persone».

In Italia è stato accolto come una star.

«Sono andato a vedere l’incontro del mio amico Giovanni De Carolis. Mi hanno salutato in molti. E’ stato bello, ma non solo lì….».

Tipo?

«Ho passato un fine settimana a Sacrofano, a nord di Roma, ospite dei miei due padrini, Angelo e Stefania, amici di famiglia. Da bambino passavo tutte le estati da loro, in campagna, tra gli animali. Poi per via delle Olimpiadi e tutto il resto, sono mancato sei-sette anni. Mi hanno invitato ed è stato bellissimo: tutto il paese mi ha voluto salutare, sapevano tutto di me, avevano letto le interviste sui giornali. La mattina mi svegliavo in mezzo alla campagna, bellissimo, rigenerante».

L’energia delle persone è una bella spinta.

«E’ decisiva dà un senso a tutto. Io traggo il mio conforto dalle persone che mi seguono, non avessi un riscontro umano da parte di chi sta in Italia forse sarebbe tutto uno sforza vano. Il fatto che le persone mi seguano, mi rende felice».

Fresno è più lontana di New York, forse avrà meno persone sugli spalti.

«Trasmetteranno l’incontro su Espn plus, qui negli Stati Uniti».

Vedrà che gli italiani troveranno il modo di seguirla.

«Lo spero. Io vado sul ring per loro».


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