I robot e il destino dei lavoratori over


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(I lavoratori over 50 sono la fascia più a rischio nel mercato del lavoro automatizzato - Photo by Wade Austin Ellis on Unsplash)

(I lavoratori over 50 sono la fascia più a rischio nel mercato del lavoro automatizzato – Photo by Wade Austin Ellis on Unsplash)

(di Barbara D’Amico)

Senza competenze, il lavoro muore. E’ il motivo per cui Adriano Olivetti, il grande industriale del capitale umano, si è sempre battuto per valorizzare quelle dei suoi operai, investendo anche in formazione per i loro figli. Ma erano gli anni Cinquanta. Oggi potremmo sviluppare il concetto e dire che senza competenze, i robot potrebbero mangiare posti di lavoro in Italia come nel resto del mondo. E’ infatti quello che emerge da un nuovo studio, “The Twin Threats of Aging and Automation”, realizzato dalle società di consulenza internazionali Mercer e Oliver Wyman.
In questo blog abbiamo analizzato più volte studi simili e fornito spesso letture in controtendenza dicendo che la tecnologia non ruberà necessariamente posti di lavoro. Come interpretare allora questo documento? Partiamo dai dati e poi contestualizziamoli.

Anzianità e automazione Il report analizza gli effetti della convergenza di due fenomeni: una popolazione globale che invecchia da un lato, e l’automazione portata dall’Industria 4.0 dall’altro. Tra i paesi analizzati (in tutto parliamo di 15 Stati nel mondo considerati per uno dei campioni analizzati) l’Italia è quello più esposto in Europa al “rischio-sostituzione”, con il 58% di lavoratori anziani che svolgono mansioni facilmente automatizzabili. L’indice di rischio di sostituzione prende le mosse da quello elaborato nel famoso studio del 2013 The Future of Employement – diventato la base delle ricerche sull’impatto dell’automazione nell’occupazione  – di Martin Frey e Carl Osbourne (Università di Oxford).

Ora, per l’Italia questo rischio sarebbe rafforzato dall’aumento di over 50 nella forza lavoro: abbiamo una popolazione che invecchia, non rimpiazzata da forze nuove, giovani, quelle in teoria più qualificate o in tempo per qualificarsi. Entro il 2030, la fascia di lavoratori tra i 50 e i 64 anni crescerà fino a raggiungere il 38% della forza lavoro totale nella Penisola.

Nell’immagine qui sotto, il rapporto tra anzianità e automazione ci mette in lizza tra i paesi in cui la sostituzione dei lavoratori “over” è più probabile che avvenga, contro economie come USA, Canada, Svezia o UK. Più il puntino rosso è in alto nella chart, maggiore è questo rischio.

aging

Gli Stati che invece  restano abbastanza bassi sono regioni in cui la specializzazione e la competenza specialistica vengono incentivate e sviluppate. In Italia sulle competenze, al contrario, siamo indietro.  Soffriamo di skill-gap, ovvero l’incapacità di acquisire, entro il tempo dell’evoluzione tecnologica conosciuta o conoscibile, le stesse abilità complesse che svolgerebbe un robot al nostro posto. E questo nonostante in certi periodi l’occupazione registri incoraggianti impennate (“Cresce il lavoro, ma non di qualità”).

Secondo Marco Valerio Morelli, amministratore delegato di Mercer Italia «gli sforzi concertati da parte di governi e aziende per elaborare strategie volte a incoraggiare e accogliere il lavoratore più anziano, saranno cruciali nei prossimi decenni». E conclude così: «Con questo report auspichiamo di avviare una conversazione sui rischi che i lavoratori più anziani affrontano in questa epoca di automazione e, soprattutto, su come superarli. Dal nostro punto di vista la parola chiave che aziende e istituzioni devono tenere al centro delle loro considerazioni è: ‘competenze’».

«La popolazione over 50 è passata dal 17 a più del 30% del totale globale dagli anni ’70 ad oggi» spiega invece Giovanni Viani, responsabile del Sud-Est Europa di Oliver Wyman. «Per evitare squilibri profondi nella società e nella produzione di reddito e mantenere una sostenibilità complessiva dei sistemi previdenziali sono necessarie politiche molto lungimiranti in termini di valorizzazione delle classi più anziane, formazione continua lungo tutta la carriera professionale, allargamento della platea dei lavoratori giovani, soluzioni di “tutorship generazionale” finalizzate a valorizzare il contributo dei più anziani nell’accelerazione dell’inserimento professionale dei più giovani».

Insomma, tutto sembra indicare che le politiche lavorative adottate in questi anni vadano nella direzione sbagliata se da noi i lavoratori più “anziani” sono considerati solo materiale da pensione. Più che la paura dei robot, lo studio sottolinea un aspetto di cui aziende e Governo sono già ben consapevoli: il problema della tenuta occupazionale mondiale e italiana non sarà la tecnologia, ma la corsa alla formazione e la capacità di dotare in fretta di strumenti e competenze quella che è la fascia più a rischio, individuata dai dati della ricerca. Parliamo di operai impiegati nella manifattura, con task ripetitivi, di servizi di segreteria, assistenza, insomma tutte quelle mansioni che teoricamente non richiedono alta qualificazione.

Posti più qualificati La tendenza è chiara da almeno dieci anni: a giugno Prometeia e Intesa Sanpaolo fotografavano un incremento di dirigenti, manager e colletti bianchi nel mercato occupazionale, e un decremento della forza lavoro non specializzata. Chi studia e si specializza trova lavori adeguati e ben pagati. Chi non ha la possibilità di formarsi, resta al palo.

Quello che i dati del Report suggeriscono, inoltre, non è tanto o solo il rischio di sostituzione con un robot dei lavoratori più anziani, ma l’assenza di politiche formative per colmare competenze per le vecchie e anche per le nuove generazioni: un problema che in Italia abbiamo da sempre e che di certo non è addossabile all’avvento dell’automazione. Nello studio di Martin Frey e Carl Osbourne si stimava che tra il 2015 e il 2020, circa 7,1 milioni di posti di lavoro sarebbero scomparsi a livello globale, la maggior parte dei quali tra le funzioni amministrative, il settore manifatturiero e i processi produttivi. Il saldo era negativo se confrontato con i posti creati: 2 milioni per profili ad alta qualificazione.

Le abilità sostituibili Oggi sappiamo che la perdita di posti, quando avviene, è dovuta soprattutto all’incapacità dei sistemi economici di riformare e riqualificare il target meno qualificato. L’automazione è imprescindibile, ma la componente umana e le abilità di base sono un elemento che non andrebbe escluso dalle previsioni sul futuro del lavoro. A gennaio 2017 uno studio di McKinsey ha aggiornato l’indice di “sostituibilità” tra uomo e macchina: in questo caso il report ha usato un modello predittivo fondato su 18 caratteristiche di base per ogni attività lavorativa e per altrettanti settori produttivi.

Queste caratteristiche non comprendono solo le abilità tecniche bensì anche le capacità cognitive, il linguaggio, la sensibilità sensoriale e via dicendo. La proiezione concludeva che quando un software è in grado di colmare la maggior parte di queste abilità, allora c’è il rischio che la mansione sia eseguibile interamente da una macchina. Ma le abilità umane, anche quelle di base, sono molto complesse e non sempre facilmente replicabili.

I dati di Mercer e Oliver Wyman fotografano perfettamente la situazione del mercato del lavoro in Italia. Un solco in cui si inserisce anche la battaglia culturale del segretario generale di Fim Cisl, Marco Bentivogli, secondo cui “la tecnologia non brucia posti di lavoro, è la scarsa innovazione che porta via il lavoro. Bisogna puntare sulle competenze e sulla formazione per guidare ed essere protagonisti di questa trasformazione!“. La vera innovazione, dunque, sta nella formazione. Olivetti lo sapeva bene, e ora dovremmo averlo capito anche noi.

Twitter @BDamico83




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