I nuovi centri per l’impiego, guardando il Mississippi


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Di Francesco Giubileo e Gianluca Scarano

A fine settembre, il Ministro del lavoro Luigi Di Maio, si è presentato alla stampa per annunciare che nella ristrutturazione e riorganizzazione dei Centri per l’impiego il governo destinerà 1,5 miliardi di euro (in realtà la copertura prevista nella Legge di Stabilità è di circa un miliardo di euro). Dopo diversi mesi, in cui non era ancora chiaro chi dal punto di vista tecnico avrebbe gestito questa difficile riorganizzazione, sempre il Ministro ha condiviso una foto con Domenico ‘Mimmo’ Parisi, direttore del National Strategic Planning & Analysys Research Center (NSPARC) dell’Università del Mississippi, dichiarando: «Ci darà una grossa mano per fare i nuovi centri impiego dell’Italia. Un mix di innovazione tecnologica e ristrutturazione completa di questi centri», in quanto artefice di una riforma dei servizi nello stato del Mississippi che pare aver dato risultati più che positivi (50 mila nuovi posti di lavoro in 8 anni).

Confessiamo che prima delle affermazioni del Ministro, non avevamo mai sentito il nome del prof. Parisi o di come funzionasse il Mississippi Works system. Pertanto, guardare a tale esperienza potrebbe rappresentare un utile esercizio per provare a delineare la futura riforma dei Centri per l’impiego italiani. L’ambito universitario è diventato il contenitore dove fare nascere il “modello” organizzativo del workforce agency nel Mississippi, ridisegnato intorno un’applicazione web e mobile che abbina l’utente alle vacancy disponibili nello Stato (negli Stati Uniti la piattaforma verrà implementata anche in Colorado), sempre più decisiva negli odierni processi di intermediazione. Il NSPARC si compone di oltre 100 operatori dall’elevato profilo di competenze, che spaziano dalla gestione dei big-data all’architettura dei sistemi operativi e dei sistemi di sicurezza digitale (insomma quelle professioni che definiscono il cosiddetto Data Scientist).

Questa infrastruttura ha permesso di integrare le informazioni a disposizioni dei Job Centers e rendere possibile ad essi di agire come strutture one-stop, ovvero centri-polifunzionali capaci di fornire allo stesso tempo più servizi per uno stesso utente e soprattutto migliorare la condizionalità dei sussidi all’erogazione di politiche attive del lavoro. Ciò include la possibilità di una più efficiente raccolta dei dati, delle informazioni sulla gestione dei casi, della misurazione delle prestazioni, nonché un migliore coordinamento tra servizi di welfare differenti.

Le iniziative di politiche attiva vengono ritagliate sulle esigenze dell’utenza e dell’impresa nel più breve tempo possibile, sulla base del principio di rapid response. Svariati i programmi dedicati a diversi target di utenza, tra cui anche incentivi all’autoimprenditorialità. La rete dei servizi sembra investire molto nelle partnership locali tra diversi attori sociali ed economici del territorio, con l’imperativo di rispondere al tessuto economico locale e incentivare le imprese a utilizzare questa rete per il proprio fabbisogno. A tal proposito vengono utilizzate anche strutture di rappresentanza (elettive) che supportano i processi di pianificazione degli interventi e partecipano all’elaborazione delle traiettorie di sviluppo economico del territorio, soprattutto per quanto riguarda la formazione delle competenze sulle nuove tecnologie digitali (corsi di Social media marketing). Il fatto di rivolgersi ad un docente, che vive da anni negli Stati Uniti, non “contaminato” dalla tecnostruttura nostrana delle politiche del lavoro potrebbe rivelarsi un vantaggio, ma in una struttura complessa come quella italiana potrebbe anche rilevarsi un gran problema, noi ne individuiamo almeno tre.

Innanzitutto, per il complicato rapporto tra Stato e Regioni, che comporta spesso modelli organizzativi nei vari territori del tutto “arbitrari”, frutto di sensibilità politiche differenti: in Italia sono presenti più differenze tra Emilia-Romagna e Lombardia che tra Germania, Inghilterra e Francia messe assieme. In realtà, le competenza in Politiche attive del lavoro di carattere “complementare” tra Stato e Regioni potrebbe essere in parte risolta con l’implementazione dei Lep nazionali appena definiti da Anpal , entrando nel dettaglio di ogni servizio che i Centri per l’impiego devono essere in grado di realizzare, compresa la definizione dei cosidetti costi standard di servizio.

Il secondo problema è che la creazione di una piattaforma online dedicata al lavoro non è certo nuova, sono almeno vent’anni che in Italia si sta “tragicamente” tentando di creare una piattaforma che faciliti l’intermediazione tra domanda e offerta di lavoro, dal “SIL” alla “Borsa Lavoro” sono stati tutti tentativi tristemente fallimentari, soprattutto perché le varie piattaforme online di ricerca del lavoro non caricano sul sito nazionale le offerte disponibili, seppur in teoria questa modalità operativa sia prevista sin dalla Riforma Biagi (l’azione coercitiva non è mai stata implementata, così come una linea guida su come scrivere un annuncio di lavoro). In merito, facciamo presente che alcuni paesi obbligano il datore di lavoro a caricare la propria vacancy sul portale pubblico 24- 48 ore prima della definizione del contratto, anche qualora siano stati utilizzati al tempo stesso altri canali.

La logica è che in questo modo gli operatori pubblici acquistino conoscenza e consapevolezza delle richieste aziendali nel territorio, con la speranza che piattaforma si consolidi nel tempo come unico canale. A ciò si aggiunge un ultimo fattore che riguarda direttamente i destinatari del Reddito di Cittadinanza, si dovrebbe trattare di un’utenza a volte in estremo stato di bisogno, a cui prima ancora della ricerca di un lavoro, è necessario attivare un percorso “motivazionale”, volto a favorire percorsi di inserimento sociale. Rispetto a tali percorsi, la sola piattaforma online non basta, è necessario costruire una rete di operatori coordinati dai Centri per l’impiego in grado di realizzare servizi complessi volti alla ricollocazione dei soggetti più svantaggiati (come i disoccupati over-50). È nostra convinzione che questa rappresenti una delle sfide più complesse per i futuri Centri per l’impiego.


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