I Lakers di LeBron fuori dai playoff: per James è la prima volta dal 2005


Non era precisamente quello che sognava e immaginava nel suo passaggio dai Cleveland Cavaliers ai Los Angeles Lakers, per quanto LeBron James avesse ammonito che non sarebbe stata una stagione facile e scontata per sé e per la nuova squadra. Ma forse, in cuor suo, il Prescelto un pensiero ai playoff l’aveva fatto. Sarebbe stato lo zoccolo duro della ripartenza del club californiano, il più vincente nella Nba dopo i Boston Celtics. Sarebbe stato un buon modo per invertire la direzione della freccia che dal 2013 indica ai Lakers una strada al ribasso o al massimo piatta. Invece no. Si attendeva solo il definitivo verdetto dell’aritmetica e nella serata in cui James Harden ha di nuovo fatto impazzire il pallottoliere della lega segnando 61 punti con gli Houston Rockets ai San Antonio Spurs, i numeri, dopo la sconfitta interna di LA contro i Brooklyn Nets, hanno emesso la sentenza: per il sesto anno consecutivo la Los Angeles che si vanta della più nobile tradizione cestistica cittadina (rispetto ai cugini dei Clippers) non parteciperà ai playoff. Peraltro il destino sarebbe stato segnato anche in caso di successo: l’eliminazione prende le mosse da lontano, in particolare dall’infortunio natalizio all’inguine che ha tolto di mezzo Lbj per 17 partite, innescando nella squadra una serie di avvitamenti e di tensioni (legabili anche alla fallita caccia ad Anthony Davis dei New Orleans Pelicans).

Prima assenza

Per LeBron James, contro i Nets autore di 25 punti e 14 rimbalzi ma anche di vari errori (solo 8 su 25 al tiro e ben 8 palle perse), si tratta della prima assenza dai playoff dal campionato 2004-2005, quando era solo al secondo anno nella Nba (i Cavs non entrarono nelle otto elette della Eastern Conference). Era una lega profondamente diversa, basti pensare – calcolo fatto da Skysport – che il 95.6% dei giocatori in circolazione oggi non c’era in quella stagione (il titolo andò ai San Antonio Spurs sui Detroit Pistons di Larry Brown, in quest’annata coach di Torino per pochi mesi) . King James, allora, è una specie di dinosauro scampato all’estinzione. Un grandissimo che cercava di prolungare la sua leggenda e di adattarla alla storia, oggi offuscata, dei Lakers. E’ stata fallimentare, dunque, la decisione del Prescelto di lasciare (per la seconda volta) Cleveland e di sposare il tentativo di rilancio della Los Angeles di culto? Non del tutto, lui stesso dichiarò che non avrebbe misurato la nuova esperienza solo sulla base della classifica. Inoltre esperti e commentatori avevano avvertito: il primo anno a Los Angeles non sarebbe stato una passeggiata. Detto e fatto. D’altra parte è stata un’annata segnata anche da pietre miliari, come il sorpasso a Michael Jordan al quarto posto della classifica ogni epoca dei marcatori, e da un dubbio: senza quell’infortunio e quella lunga degenza, avremmo visto un’altra storia? Probabilmente sì.

Giocatore umanizzato

James aveva abituato a non scommettere mai contro di lui: le smentite arrivavano puntuali. Stavolta non è andata così. E’ un’esperienza che serve allora a “umanizzare” LeBron e a ribadire che perfino un fuoriclasse non cambia il destino di una squadra se a fianco non c’è qualità. I Lakers, indiscutibilmente, hanno per ora mancato nel sistemare il resto del mosaico. Addirittura, sono scaduti in figure grottesche come la goffa caccia ad Anthony Davis, un fiasco doppio perché in un momento cruciale della stagione mezza squadra, che sarebbe stata sacrificabile per fare posto al giovane talento dei New Orleans Pelicans, si è sentita delegittimata. Lbj ha poi giocato tutta la sua carriera nella Eastern Conference, che ormai da anni ha un livello nettamente inferiore a quello dell’Ovest. Quindi a 34 anni – non precisamente un’età tenera – si è scontrato con una realtà più complicata e con viaggi ben più stressanti. In più LBJ non aveva i Dwyane Wade, i Ray Allen, i Chris Bosh, i Kevin Love o i Kyrie Irving, che a Miami e a Cleveland si integravano con lui. Alla fine, aspetto scontato, il conto lo pagherà l’allenatore, Luke Walton, apparso inadeguato nonostante i suoi trascorsi da giocatore in maglia giallo-viola. Ma non basterà. I Lakers disporranno di un enorme spazio salariale e non potranno non portare a casa uno tra Kevin Durant, Klay Thompson, Kawhi Leonard e Kyrie Irving, i pezzi da novanta del prossimo mercato.

Serve un top-player

O magari si ritenterà la caccia a Anthony Davis, anche se l’inseguimento al lungo dei Pelicans ha rappresentato una crisi nella crisi. Il suo agente, infatti, è lo stesso di LeBron. E si vuole che abbia fatto il furbo per tentare di alzare il prezzo dell’operazione. La cosa non è piaciuta a Jeanie Buss, presidente e proprietaria dei Lakers, che ha seriamente meditato di mettere in discussione la prosecuzione del rapporto con il Prescelto. James in persona sarebbe però intervenuto a chiarire e a calmare le acque. Difficile pensare che LeBron se ne vada dopo appena un anno di un contratto a lungo termine (fino alla fine della carriera, per essere chiari): ci sono tante buone ragioni – incluse quelle extracestistiche – che conducono alla sua permanenza. Ma di certo questa turbolenza abbinata al “non risultato” non aiuta. Così dopo l’epilogo negativo di una storia che avrebbe dovuto essere di altro segno, si attendono solo i fatti. E tocca prima di tutto ai Lakers fare mosse giuste e coerenti con il piano di rilancio. Un innesto al top è decisivo sia sul piano tecnico sia su quello del morale di LeBron James, disposto più che mai a combattere, ma a capo di un esercito vero.

23 marzo 2019 (modifica il 23 marzo 2019 | 13:31)

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