«I Giochi a Roma l’ultimo sogno» –


A tarda ora, dentro il palazzone semideserto del Coni, tra marmi, androni, scale e passi perduti, dove hanno cupamente regnato boiardi di Stato come Onesti, Carraro, Pescante e Petrucci, il suo vocione polifemico è una scarica di allegria, anche perché è l’unico segno riconoscibile di vita. Sono la quindicesima e ultima tacca della sua frenetica agenda e ci sta che tutto scivoli all’insegna del relax istituzionale. Slacciati, scravattati e anche un po’ svaccati, passiamo da una citazione di Bergman a una battuta paleomaschia sulle donne e sulla vita. Dentro il suo gessato blu, Giovanni Malagò più che mai libero di sfrenare la sua combinata natura di uomo istituzionale e giocherellone cronico, seduttore innato e lavoratore maniaco. Figlio di papà ma anche di padre, Vincenzo, che lo ha formato a dovere sul concetto di dovere («Mi ha sempre detto: fai quello che cazzo ti pare, ma la mattina devi scendere dal letto alle 7»). Paradosso che lui calza con totale disinvoltura. Stile mago Merlino, fa apparire di tutto dalle porte e dai cassetti, cose, uomini e donne, l’esercito delle devote ancelle, le segretarie. «Annalisa vieni qui!…». «Livia dove sei?…». Lui, esuberante, avvolge anche fisicamente tutto e tutti. Al massimo dell’ispirazione fa apparire anche una delle sue due gemelle, Ludovica («Ti posso presentare mia figlia che sta per diventare mamma…»), talmente uguale alla madre Lucrezia che viene da chiamarla Lucrezia. E poi il numero 13, ovunque. La maglia della Roma, i 13 evidenziatori gialli, il suo colore preferito, 13 marzo il suo giorno di nascita («Io faccio tutto col numero 13 e multipli. Sono scaramantico al contrario. Gioco il 13, in alternativa il 17. Passo sempre per primo davanti a un gatto nero») Irrefrenabile. Scappa da tutte le parti. Estrae foto in bianco e nero di lui ventenne calciatore, diplomi di laurea, libri, cartelle, compulsa telefoni, va a fare la pipì, getta un occhio al video e commenta tutto, da Donald Trump alle notizie di borsa, queste con un certo coinvolgimento. Se apri per caso una finestra sulla Sardegna, sulle dune di Piscinas, non si dà pace finché non gli dicono la capitale del Medio Campidano. Strano uomo. Passionale, ama giocare sulla superficie.

[…]

La ferita di Roma olimpica. Rimarginata?

«Onestamente no. È stata una clamorosa occasione perduta e la Storia mi sta dando ragione. Siamo stati sfortunati in quel dato contesto. Son convinto che, con le condizioni di oggi, l’amministrazione avrebbe detto: andiamo avanti»

Cosa non ha funzionato allora?

«Le elezioni da poco e la campagna ideologica fondata su elementi non oggettivi hanno portato quelle valutazioni. Tu pensi che Parigi oggi si sarebbe candidata? Stessa cosa, penso a Londra 2012, oggi con la tematica Brexit. Nella vita è sempre così. Le circostanze decidono»

Strana la vita. Da romano hai perso la partita olimpica di Roma e rischi di vincere quella di Milano, l’eterna rivale.

«Incredibile che, a distanza di neanche tre anni, capiti questo. Oscillo tra rammarico e orgoglio. Mica me l’ha ordinato il dottore di sposare questa causa, potevo dire “arrivederci e grazie”, ma il senso di responsabilità m’impone di aderire. Sapendo bene che, se si vince bravi tutti, se si perde la colpa è di Malagò».

Milano olimpica sarebbe la bella chiusa di una storia dolorosa?

“Strepitosa direi…”

[…]

Tutti pazzi a Roma per Zaniolo.

«L’ho detto in epoca non sospetta: mi ricorda metà Totti e metà Kakà…Hai saputo di Allan? Il Napoli ha chiesto 120 milioni …Giocatore impressionante, dopo Cristiano Ronaldo il più importante del campionato».

Ancelotti ti piace? L’avresti voluto alla Roma?

«Ancelotti lo vorrebbero tutti, ma sono felicissimo di Di Francesco. Mi sono sempre speso a suo favore».

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