«I giocatori sono come i purosangue, ogni tanto vanno messi al prato»


Lo confesso, sono un appassionato di ippica. Mi piacciono le corse dei cavalli, ma soprattutto amo questo splendido animale che da secoli è uno dei migliori amici dell’uomo. Nella mia vita sono anche stato proprietario di scuderia, senza fare grandi distinzioni tra il galoppo e il trotto. (…) Dai cavalli ho imparato molto, perché quando hai a che fare con loro ti viene spontaneo cercare di immaginare quello che ti stanno dicendo. Come i giocatori di calcio, anche i purosangue alternano periodi di massimo fulgore ad altri in cui fanno fatica a ritrovare una forma almeno decente. (…). Quando un cavallo entra in un periodo d’involuzione tecnica, gli allenatori sono soliti rispettare i tempi di recupero che l’animale si prende autonomamente: è quello il momento di «metterlo al prato». Che cosa significa? Molto semplice: lasciarli in paddock tutto il giorno, affinché scorrazzino e si divertano con i loro tempi e modi, per poi farli rientrare nel box quando è ora di mangiare o di dormire. Cosi facendo, mantengono una buona efficienza fisica senza con questo essere stressati dagli allenamenti severi e dalle corse dispendiose. Io credo che sia sempre utile imparare dalla natura, che ha tempi giusti e rispettosi. (…) L’allenatore deve innanzitutto cercare di conoscere i suoi atleti esattamente come fa il trainer di galoppo o il preparatore del trotto: la conoscenza degli atleti deve presupporre sia il lato tecnico (so che cosa può darmi e quali sono le sue caratteristiche), sia quello fisico (so che può correre molto, oppure che si deve risparmiare o ancora che è in grado di reggere carichi prolungati) e infine anche l’aspetto psicologico (so che si abbatte, oppure che si carica nelle difficoltà, o ancora che ha necessità di staccare). Quest’ultimo aspetto è forse il più delicato. Per tornare al mondo dell’ippica, ci sono cavalli che devono dormire con una capretta, altrimenti cadono in depressione! E il campione di galoppo Ribot non saliva mai sul «van» che lo portava in trasferta se prima di lui non ci entrava il fido Magistris, il suo compagno di allenamento che però era assai meno veloce di lui. (…) L’importante è conoscere ciascuno degli effettivi di scuderia e sapere quello che ogni cavallo può darti. E quando arriva il periodo in cui riesce a dare il meglio di sé. Per un allenatore come me è importante schierare tutte le volte la formazione in grado di esprimere il calcio migliore in relazione all’impegno che stiamo per affrontare. Uno stesso giocatore può fare bene una volta e fallire totalmente la partita successiva: sta a me e alla conoscenza che ho dei ragazzi allestire un mosaico il più possibile perfetto. Il segreto è che sia sempre diverso, perché in una realtà come quella del calcio attuale, in cui si gioca molto spesso e quasi sempre a ritmi frenetici, diventa indispensabile avere a disposizione un turnover eccellente. Perché come per i cavalli, anche nel mondo del calcio esistono gli infortuni: e se i purosangue hanno problemi ai nodelli, ai garretti o magari all’apparato respiratorio, per i calciatori ce ne sono altrettanti. Gli eventuali recuperi affrettati dopo un infortunio si pagano cari a livello di rendimento non ottimale o di ricaduta. E dunque ben venga che in alcuni casi si mandino i calciatori al prato, nel senso che si rispetti la loro volontà di tirare il fiato, disintossicando la mente e i muscoli dalle tossine accumulate.

5 aprile 2019 (modifica il 5 aprile 2019 | 08:07)

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