Huawei, nello smartphone c’è una spia o solo la guerra per la Rete 5G?


Gli smartphone Huawei sono fra i più popolari in Italia: piacciono ai consumatori perché costano poco rispetto alle loro prestazioni. Anche in tutto il mondo il buon rapporto qualità/prezzo ha spinto al top le vendite di questo produttore cinese di telefonini intelligenti, che l’anno scorso ha superato Apple diventando il numero due, dopo Samsung. Ma pochi sanno che Huawei è anche un gigante nella produzione e vendita di tutta la tecnologia — hardware e software — necessaria a far funzionare la rete globale di Internet e quindi e’ in gara in tutti i Paesi per aggiudicarsi l’incarico di costruire l’infrastruttura necessaria per il 5G, il nuovo network mobile ultra veloce. Per questo Huawei è anche al centro di una complessa partita geopolitica/economica tinta di giallo come una spy story: gli Stati Uniti l’accusano di essere uno strumento al comando del regime comunista cinese, che vorrebbe usarla come «arma» per futuri cyber attacchi o quantomeno per controllare tutto il flusso di informazioni convogliato via 5G.

Che cosa cambia, che cosa c’è di vero

Che cosa c’è di vero in queste accuse? E quali sono le conseguenze per i consumatori? Per ora per gli italiani non cambia alcunché, mentre da tempo gli smartphone Huawei non sono venduti nei negozi degli Stati uniti. E’ tutta aperta invece la discussione sulla possibilità che questa azienda cinese possa sviluppare la rete 5G in Europa — dove in particolare la Germania e la Gran Bretagna hanno detto di voler approfondire l’analisi delle accuse americane —, mentre l’Australia e la Nuova Zelanda hanno già deciso di limitare l’operatività di Huawei nei loro Paesi. La settimana scorsa Vodafone — il secondo operatore di telefonia mobile al mondo dopo China mobile — ha annunciato la sospensione «temporanea» dell’acquisto di tecnologia Huawei per la sua rete 5G in Europa, aspettando di discutere con i governi per capire che cosa sta davvero succedendo. E intanto l’ambasciatore Zhang Ming, rappresentante di Pechino a Bruxelles, ha minacciato l’Unione europea che ogni tentativo di frenare l’impegno della tecnologia cinese nello sviluppo del nuovo sistema 5G rischia di avere «serie conseguenze» per l’economia globale e la collaborazione scientifica. E ha definito come «calunnie» e «discriminazioni» le preoccupazioni circa la sicurezza informatica citate dagli Stati uniti per spingere l’Europa a bloccare Huawei.

Mancanza di prove

Finora non ci sono prove documentate circa gli eventuali intenti maligni di Huawei. Il suo fondatore Ren Zhengfei ha negato di fare spionaggio per conto del governo di Xi Jinping: «Amo il mio Paese e supporto il Partito comunista cinese, ma non farei alcunché per danneggiare qualsiasi altra nazione», ha dichiarato. Ren è un ingegnere ex militante dell’Esercito popolare di liberazione e ha creato Huawei nel 1987: gli Usa sospettano che continui a lavorare per le forze armate cinesi e nel 2010 (sotto la presidenza di Barack Obama) l’agenzia di sicurezza nazionale americana Nsa si era infiltrata nel quartier generale di Huawei per trovare le prove, senza successo (come ha rivelato l’ex Nsa Edward Snowden). E’ certo tuttavia che pirati informatici (hacker) cinesi da anni attaccano aziende e anche organizzazioni governative per rubare informazioni, e non solo quelle americane ma anche altre agenzie di intelligence – come quella britannica – e studiosi di cyber sicurezza sospettano che dietro ci sia la regia di Pechino. Una ricerca di Chris Demchak, professore del Naval war college, ha per esempio mostrato come nel 2016 per sei mesi il traffico Internet dal Canada alla Corea del sud era stato dirottato in Cina: un attacco che si sarebbe ripetuto altre volte, secondo le autorità Usa, offrendo l’opportunità di spiare. E con l’accusa di spionaggio è stato arrestato lo scorso 12 gennaio in Polonia un dipendente di Huawei, Wang Weijing: avrebbe lavorato per le agenzie di intelligence cinesi insieme alla spia Piotr Durbajlo per penetrare il network delle comunicazioni più «sicure» del governo di Varsavia.

Il divieto

La Casa Bianca di Donald Trump sta preparando un ordine esecutivo per vietare a tutte le aziende Usa — non solo alle organizzazioni governative — l’utilizzo di materiale high-tech cinese per le loro reti di telecomunicazione. E’ una misura drastica, che va ben oltre la guerra commerciale già in corso con Pechino. In ballo, secondo Washington, c’è il controllo di una rete strategicamente importante tanto quanto quella elettrica. Il network 5G infatti, non solo sarà una meraviglia per gli utenti degli smartphone che funzioneranno molto più velocemente di oggi, ma sarà la prima infrastruttura capace di collegare tutti i sensori delle «cose intelligenti», i robot, le automobili senza pilota e tutti gli altri apparecchi che continuamente scambiano quantità enormi di dati e informazioni; permetterà inoltre un miglior impiego delle tecnologie della realtà virtuale e dell’intelligenza artificiale. Chi controllerà la rete 5G, quindi, potrà anche controllare il flusso di dati e informazioni, e sarà in grado in teoria di cambiare, copiare o dirottare quei dati e informazioni. Mettere la rete 5G nelle mani di un colosso cinese è un grave rischio per la sicurezza dei Paesi democratici e in particolare per i membri della Nato, sostengono gli americani, perché il regime di Xi ha recentemente peggiorato la sua natura autoritaria, rendendo meno netti i confini fra stato e business privati.

Le differenze

«È importante ricordare che i rapporti delle aziende cinesi con il loro governo non sono come quelli delle società del settore privato in Occidente — spiega William Evanina, direttore del Centro nazionale di controspionaggio e sicurezza dell’America —. La legge sulla sicurezza nazionale cinese del 2017 richiede alle aziende cinesi di sostenere, fornire assistenza e cooperare con il lavoro di intelligence nazionale cinese, ovunque operino». Concorrenti di Huawei nella produzione e vendita del materiale necessario alla rete 5G sono due aziende europee: mentre i cinesi controllano il 28% (in termini di fatturato) di questo mercato globale, la finlandese Nokia ha il 17% e la svedese Ericsson il 13,4% (secondo la società di ricerca Dell’Oro group). Sarebbero loro a beneficiare di un blocco dei cinesi. Ma l’eventuale colpo alla reputazione di Huawei potrebbe anche far riflettere i consumatori italiani sul trade-off che sono disposti ad accettare fra l’acquisto di uno smartphone buono a basso prezzo e la salvaguardia della sicurezza dei propri dati.

28 gennaio 2019 (modifica il 28 gennaio 2019 | 19:23)

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