Ho pianto per Radice. Maradona il più forte di sempre, ma a Van Basten è stato ancora più difficile prendere la palla –


«L’unico allenatore per cui ho pianto nella mia carriera è stato Gigi Radici. Lui andava matto per i giovani e con lui avevo un rapporto davvero speciale». È un Giuseppe Bergomi inedito quello che si confessa a cuore aperto con Gianluca Gazzoli (Deejay Tv e Rai Radio 2) nell’intervista esclusiva realizzata per Iceberg, il nuovo format pensato per il web che vuole ispirare il pubblico attraverso la storia di personaggi che hanno fatto del loro percorso qualcosa di unico.

Nel corso della lunga chiacchierata lo Zio parla anche del fenomeno Ronaldo. «Con Ronny ho avuto un ottimo rapporto. Gigi Simoni ci diceva sempre: siete tutti uguali tranne lui. Perché dovete capire che se anche Ronaldo si allena all’80% va bene lo stesso. Mai visto nessuno con una tecnica in velocità come lui e si faceva voler bene dai compagni. Il più forte di sempre però per me è Maradona, ma il più forte che ho mai affrontato è stato Van Basten perché almeno a Maradona di testa gliela prendevo la palla (sorride, ndr)».

Dalle note liete si passa poi a qualche nota stonata, legata al suo addio al calcio. «Quando nel 1999, a 36 anni, ho smesso di giocare non ho maturato da solo l’idea di smettere, ma me l’hanno fatto capire. Dai 30 ai 36 anni ho sempre voluto firmare un solo anno di contratto. Nel 1999 pensavo di poter essere ancora utile, non solo in campo, ma anche come bandiera all’interno dello spogliatoio per aiutare l’allenatore».

Dal Bergomi di ieri si passa poi a quello di oggi, allenatore in costante contatto con i ragazzi. «Non dobbiamo pensare che i ragazzi di oggi abbiano meno valori di quelli del passato. Oggi io alleno dei 2003. Ognuno di loro ha una chiave di entrata. Tu devi parlare con ognuno di loro in modo diverso per fargli capire l’importanza dei comportamenti. Le situazioni che oggi trovi sul campo, domani le ritroverai nella vita».

Infine, Bergomi confessa quelle che oggi considera le sue più grandi delusioni e le più emozionanti conquiste. «La mia più grande sconfitta l’ho avuta l’anno scorso quando un ragazzo a metà anno mi ha detto “Mister non vengo più al campo”. Non so se sia stata un’incomprensione, ma non ne ha più voluto sapere. La più grande vittoria è invece quando, a fine anno, un gruppo di ragazzi va avanti da solo senza aver più bisogno di un allenatore. È in quel momento che capisco che oltre alla crescita tecnica c’è stata anche una crescita nei comportamenti”.


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