Golf, il Masters al via: Molinari sogna il club esclusivo della giacca verde


Non è, almeno non sembrerebbe, un torneo per Francesco Molinari. Tra i prati verdissimi, i pini e le magnolie di Augusta, infatti, non ha mai fatto meglio del 19° posto del 2012 e nel 2018 non è andato oltre il 20°. Tutto questo, però, è successo nella prima vita di Chicco, prima che iniziasse quella da fenomeno, lo scorso maggio a Wentworth, e quindi conta molto relativamente. «È sorprendente il suo salto di qualità — racconta Tommy Fleetwood, avversario e soprattutto amico, l’altra metà del MoliWood, la coppia che ha spazzato via gli americani in Ryder Cup —. È sempre stato un giocatore solido, consistente, ora però è cambiato: va sempre in campo per vincere e se non ci riesce ci va molto vicino. Ci troviamo spesso con le famiglie, e non parliamo mai di golf. Ma credo che prima o poi gli chiederò di spiegarmi come ha fatto».

Se gli americani si augurano che il Masters numero 82 che inizia oggi (diretta dalle 21 su Sky delle prime tre giornate, dalle 20 domenica per quella conclusiva) possa essere il torneo della rinascita definitiva di Tiger Woods, che in Georgia ha vinto quattro volte (l’ultima nel 2008), noi puntiamo su Molinari che il suo primo Major lo ha vinto a luglio in Scozia e ha iniziato il 2019 lanciando messaggi chiari e segnali precisi. Il 2018 trionfale gli ha ingrassato il conto in banca, ma non gli ha fatto passare la fame. Anzi. «In inverno — ha spiegato — ho lavorato duramente come non avevo mai fatto prima. Senza fermarmi e senza accontentarmi. Ho ancora degli obiettivi da raggiungere».

Uno, di sicuro, è il Masters, il primo dei quattro Major e quello, assieme all’Open Championship, che ogni giocatore di golf sogna di vincere. E non tanto e non solo per il montepremi da 11 milioni di dollari, piuttosto perché il migliore alla fine dei 6.799 metri del percorso entra spedito in un club molto esclusivo, cambia status e diventa pure socio dell’Augusta National, il circolo che raccoglie i migliori cervelli e i detentori dei più ingenti patrimoni d’America. L’atto d’ingresso è la consegna della giacca verde alla fine del torneo, uguale a quella che portavano Dwight Eisenhower e altri ex presidenti, uguale a quella di Warren Buffett, Pete Coors, Sam Palmisano, Bill Gates e Condoleezza Rice, prima donna ammessa nel 2012. Entrare tra i circa 300 soci del circolo è praticamente impossibile (come trovare i biglietti per il torneo) ed esiste da sempre una battuta che lo conferma: «Il sistema più semplice per entrare — recita — è vincere il Masters».

Masters che si è sempre giocato lì, a differenza degli altri tre Major, che si disputa su un percorso pulito, senza pubblicità, dove il merchandising è prodotto e controllato esclusivamente dal circolo e i caddie portano tutti la tuta bianca come prevede il regolamento del club e fino al 1983 dovevano essere neri per volere di Clifford Roberts, cofondatore nel 1931 del club con Bobby Jones. Roberts non era il prototipo del progressista liberal e si racconta che chiuse la questione caddie dicendo: «Finché sarò vivo i bianchi giocheranno e i neri porteranno i bastoni».

È un intreccio di imprese sportive e di grandi campioni, di polemiche e contraddizioni la storia dell’Augusta National. Da oggi però è soprattutto il posto dove tutti i golfisti vorrebbero essere. «È come per un ragazzino andare a Disneyland — spiega il nordirlandese Rory McIlroy, uno dei candidati forti alla vittoria —. In quella settimana ti sembra che il mondo non esista. A Disneyland metti le orecchie di Topolino, qui bevi il punch, ti vesti come dicono loro. Me lo ha fatto notare mia moglie, ed è vero. I giorni volano via, la settimana finisce e finisce l’incantesimo. Fai i bagagli e vai a giocare un altro torneo. Ma non è, non potrà mai essere la stessa cosa».

10 aprile 2019 (modifica il 10 aprile 2019 | 21:54)

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