Giovinazzi all’Alfa, un capellone in F1 «Resto come sono»


Cartoncini colorati in aria e occhiali scuri contro il jet lag al festival della F1 a «Fed» Square. Sebastian Vettel battezza la nuova Ferrari, si chiama «Lina». Pare sia un gioco di parole con l’inglese dove «lean» sta per «magra», e la SF90 è snella. La precedente era «Loria», ma la «G» all’inizio del nome non è mai arrivata.

Posano sul palco: c’è anche uno dei nostri, finalmente. Antonio Giovinazzi da Martina Franca, 25 anni. Il «posto fisso» all’Alfa Romeo è il meritato riconoscimento dopo stagioni di panchina. Da otto anni un pilota italiano mancava in F1 (Liuzzi e Trulli gli ultimi titolari): Giovi nel 2017 guidò la Sauber qui e in Cina al posto dell’infortunato Wehrlein, ma erano emozioni «precarie». «È tutto diverso — racconta —, lì arrivavo e dovevo saltare nell’abitacolo, ora avendolo saputo a settembre ho potuto concentrarmi sul lavoro con gli ingegneri e la macchina. È un’altra storia, mi sento carico».

Pilota italiano con un marchio italiano storico sulla monoposto bianca e rossa, da vertigini. Ma il bambino che a tre anni girava con un kart-giocattolo sotto gli occhi di papà Vito è cresciuto con valori solidi: «A volte per strada mi riconoscono, sono felice di riportare il tricolore in F1, con l’Alfa poi. Ma tengo i piedi per terra perché conosco le mie origini e tutti i sacrifici della mia famiglia». I soldi che scarseggiano, la gavetta in Cina e in Indonesia dove l’amico Sean Gelael (ora in squadra con Mick Schumacher in F2) lo aiuta con gli sponsor. «Ci ho sempre creduto, poi crescendo ho capito che per arrivare in F1 non bastavano i risultati». Chiamato a Maranello da Marchionne a fine 2016 («Sto leggendo la sua biografia»), si deve accontentare di guidare al simulatore e in alcune prove: «Ho cercato di dare il meglio anche lì, ho “rubato” qualche segreto a Vettel e Raikkonen».

Con Kimi si ritrovano all’Alfa, un campione del mondo è un metro di paragone gigantesco: «Mi fa solo bene avere un compagno così, è un maestro ma anche un riferimento. Cercherò di imparare da lui, è disponibile e generoso». Ha voluto i genitori qui all’Albert Park per il debutto, quello vero: «Gli ho regalato i biglietti, ci tenevo troppo». Al papà, tifoso scatenato, sta insegnando a controllare le emozioni. Fiero delle sue radici pugliesi torna spesso a Martina Franca «perché tutto è cominciato lì con quei primi giri in cortile». Sa resistere alla tentazione delle orecchiette ma non a un tiramisù o a un gelato: «Se proprio devo fare uno strappo…». Tiene i capelli lunghi per scaramanzia: «Li avevo così quando ho cominciato e mi hanno portato bene». Lasciali crescere Antonio, in bocca al lupo.

13 marzo 2019 (modifica il 13 marzo 2019 | 22:45)

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