Gigi Radice, il primo allenatore moderno e l’ultimo degli antichi


Gigi Radice stato un allenatore di confine, forse il primo dei moderni e l’ultimo dei vecchi. Me lo ricordo silenzioso, molto preso nella parte di guida del gruppo, aveva carisma e cercava gli sguardi che glielo confermassero di pi. Piaceva molto ai tifosi e ancora di pi alle donne. Aveva un fascino freddo, da attore consumato, quando voleva colpire abbassava il tono della voce e guardava fisso negli occhi. Erano i tempi di Franco Nero. Radice non gli somigliava molto, ma aveva gli stessi occhi tra il celeste e il grigio, cos si prese i sostantivi dell’attore e fu chiamato il tecnico dagli occhi di ghiaccio. Era un lombardo di Cesano Maderno, un uomo con molte doti che amava andare avanti, un po’ diffidente delle sue origini, cercava di studiare qualunque cosa. S’innamor del calcio olandese ai Mondiali del ’74 in Germania, si entusiasm rivedendolo in Argentina. Decise che sarebbe stato il suo calcio, ma rivedendolo , aggiornandolo, non avrebbe mai accettato di copiare e basta.

Al Torino lo port Orfeo Pianelli nel ’75. La squadra era buona ma da scoprire, due o tre campioni sicuri. Radice cominci la traduzione dall’olandese all’italiano. La prima mossa fu convincere Graziani a rincorrere il regista avversario. Immaginate Pirlo: quando gli avversari ricominciavano l’azione, Graziani avrebbe dovuto marcarlo. Quando la palla era al Torino Graziani tornava centravanti puro. Da quanto stata una novit, adesso come mossa perfino invecchiata. Ma la invent Radice oltre quarant’anni fa. Chiese poi a Claudio Sala di fare il mezzo Cruyff, cio l’uomo di classe e di corsa sulla fascia destra. Cruyff andava dovunque, ma per il resto del campo Radice aveva altre idee. Gli bastava che Sala fosse una curva di lato. Costru un centrocampo perfetto, molto pi che classico: un marcatore che correva tanto (Patrizio Sala), un uomo d’ordine (Zaccarelli) e un regista un po’ troppo innamorato del calcio, ma con le idee di pochi altri (Pecci). La perla fu Paolino Pulici, una delle pi belle invenzioni di Gianni Brera. Lo chiam Puliciclone, un nome quasi onomatopeico per un vero saltimbanco del calcio. Pulici era velocissimo, aveva corsa dritta, imprendibile. Spesso il meglio lo dava per con il pallone a mezza altezza. Ha vinto tre volte la classifica dei marcatori, che resta ancora oggi il dato che definisce il grandissimo attaccante. Nessuno, n Riva, n Platini, n Signori ha fatto meglio. Il giorno in cui il Torino vinse il campionato, con tutta la gente che c’era ad abbracciarlo, Radice cerc con gli occhi Mozzini, il suo difensore, lo fulmin. Aveva fatto un autogol e costretto il Toro all’unico pareggio in casa del campionato. Quel giorno la colpa di Mozzini doveva sembrargli pi grossa dello scudetto. Radice port nel calcio anche pezzi di basket. Il pressing veniva da l oltre che dall’Olanda di Michels. Ma anche Graziani sul regista aveva dentro il principio del pivot contro pivot. Gli piaceva inventare, credo lo giudicasse il modo migliore per lasciare l’idea geniale che aveva di se stesso.

Molte sue idee sono state riprese nel tempo, diventate piccoli proverbi che nessuno sa pi a chi attribuire. Ma fu lui a dire che il calcio l’espressione della terra che lo ospita, che sei colpito, indirizzato da quello che di forte ti succede intorno. A fare del collettivo l’unico schema possibile, infatti raramente andato d’accordo con i giocatori di talento e personalit, primo fra tutti Beccalossi. La sera, verso le dieci e mezzo, quando la squadra era in ritiro, amava fare il giro delle camere. Per vedere se i giocatori c’erano (perch s, a volte scappavano…) e per parlare tre minuti della partita del giorno dopo. E l ritornava gergale, il miglior calcio da parrocchia, tutti i doveri di un calciatore riassunti nella dolce banalit della veglia. Un vero coprirgli le spalle con le coperte.

La sua vita fu spezzata dall’incidente sull’Autostrada dei Fiori. Sulla 130 c’erano lui e Barison. Lui si massacr ma visse, Barison non torn pi. Quell’incidente lo cambi moltissimo, come la fine di un’et. Si risvegli pi cauto, pensoso, si sentiva in debito. Wilde diceva che quando si capisce di essere stati fortunati, un po’ di vita finita. Le sue squadre migliori, oltre il Torino, sono state il Monza, il suo Real Madrid, come diceva lui, e forse il Bologna che prese con una penalizzazione di 5 punti e port al settimo posto. passato due volte da Milano, ma non stata la stessa cosa. Sotto molti aspetti Radice ha fatto tutto, ottenuto tutto. Sotto altri resta il dubbio di non averlo capito, che avesse altro, come un istrione che sulla scena si muove troppo, fa pi teatro che arte. La cosa pi ingiusta che sia morto senza ricordare quasi niente di quello che aveva fatto. L’Alzheimer non nebbia, quella Radice l’amava. L’Alzheimer il niente.

7 dicembre 2018 (modifica il 7 dicembre 2018 | 18:38)

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