Flat tax, tutti i pro e i contro della tassa piatta


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Di Andrea Dili 

L’approvazione della legge di bilancio 2019 segna il debutto della cosiddetta flat tax, declinata sotto forma di due diversi regimi fiscali agevolati per lavoratori autonomi e piccoli imprenditori.

In sintesi, infatti, dal 1 gennaio 2019 tutte le persone fisiche in partita iva con ricavi fino a 65mila euro potranno optare per il cosiddetto regime forfettario che, in luogo di irpef, addizionali e irap, contempla l’applicazione di una imposta sostitutiva con aliquota proporzionale secca del 15%.

Dal 2020, inoltre, per le partite iva con ricavi compresi tra 65.001 e 100.000 euro sarà possibile usufruire di un ulteriore modello flat che, analogamente, prevede l’applicazione di una imposta sostitutiva del 20% sul reddito di lavoro autonomo o d’impresa determinato analiticamente.

L’analisi dei dati del Dipartimento delle Finanze del MEF consente di stimare i soggetti potenzialmente coinvolti: circa due terzi delle persone fisiche in partita iva potrebbe accedere al regime forfettario, valore che sale a circa quattro quinti considerando entrambi i modelli flat. Di fatto, quindi, nel prossimo futuro la flat tax sarà il regime naturale di professionisti e piccoli imprenditori. Anche perché, rispetto all’irpef ordinaria, garantisce un taglio delle imposte che può arrivare a superare il 50%.

Se dal punto di vista della convenienza la flat tax rappresenta una indiscutibile opportunità per coloro che potranno avvalersene, può essere interessante stimarne i prevedibili effetti sui comportamenti futuri degli attori del mercato del lavoro italiano.

In tal senso occorre domandarsi se un sistema fiscale che contempla una marcata differenza di tassazione tra lavoro dipendente (che sconta aliquote progressive comprese tra il 23% e il 43% su scaglioni di reddito, oltre alle addizionali) e lavoro autonomo o d’impresa in flat tax porterà, soprattutto nel settore dei servizi, a una sostituzione del lavoro dipendente con lavoro autonomo in partita iva. Una ipotesi non peregrina considerando che a parità di reddito netto un lavoratore autonomo iscritto alla gestione separata INPS costerebbe al committente/datore di lavoro il 33% in meno di un lavoratore dipendente di livello medio e che a parità di costo del lavoro un lavoratore autonomo realizzerebbe un reddito netto del 50% maggiore rispetto a un lavoratore dipendente di pari livello.

Vanno poi esaminate le possibili conseguenze sulla dimensione delle strutture professionali visto che i modelli flat – prevedendo la fuoriuscita di coloro che incrementano il fatturato oltre le summenzionate soglie di 65mila e 100mila euro e limitando l’accesso dei professionisti che esercitano la propria attività per mezzo di associazioni professionali e STP – presumibilmente disincentiveranno le aggregazioni, favorendo l’ulteriore frammentazione degli studi professionali italiani, già oggi sottodimensionati rispetto alle migliori esperienze europee. A maggior ragione se si pensa che il superamento delle soglie (e il conseguente passaggio dal regime flat a quello ordinario) comporta l’applicazione di aliquote marginali superiori al 100%. In altre parole l’incremento dei ricavi determina un aumento delle imposte superiore ai maggiori compensi conseguiti, tant’è che paradossalmente conviene incassare meno, rimanendo nel regime agevolato, per guadagnare di più.

Vi è, inoltre, un ulteriore effetto su cui è necessario interrogarsi. I contribuenti in flat tax, rispetto ai colleghi che non vi rientrano, sommeranno al beneficio indiretto di pagare minori imposte anche un vantaggio diretto: i regimi agevolati, infatti, non prevedono l’applicazione dell’IVA. Nelle prestazioni rese nei confronti di consumatori finali tutto ciò si traduce, a parità di corrispettivo, in un prezzo più basso per il cliente, determinando una evidente distorsione del mercato.

A ben vedere, quindi, l’introduzione dei modelli flat non si manifesterà soltanto come un mero taglio delle imposte su professionisti e piccoli imprenditori, ma potrà avere effetti piuttosto rilevanti sulle dinamiche del mercato del lavoro italiano, influendo anche radicalmente sulle scelte dei player. Nei prossimi mesi ne misureremo la portata.


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