Flat tax, Alitalia, Iva: i conti che non tornano e le promesse del governo


Per fortuna non si parla pi di uscita dall’euro. La corrente numismatica del governo e della maggioranza sembra aver riposto nel cassetto dei ricordi la nostalgia della lira. O perlomeno ne pratica un culto discreto, quasi esoterico. Una passione vintage. Ma la trappola della memoria non risparmia — il caso di usare questo verbo — nessuno. Del resto, tutto ci che simbolo di una giovinezza perduta esercita un fascino irresistibile. Nei giorni scorsi mi stata regalata una moneta da mille lire. Non me la ricordavo pi. Ebbe una diffusione molto limitata sul finire del secolo scorso quando l’euro stava per nascere. Circol insieme alla banconota da mille lire. Assomiglia alle vecchie cinquecento lire e un po’ alla moneta da due euro. Mi sono quasi commosso nell’averla tra le mani. E non credo che mai guarder una moneta da cinquanta centesimi — pi o meno alla pari al cambio euro-lira — con lo stesso trasporto. Se il valore solo nei sentimenti potrei commuovermi persino per gli assegnini — quasi carta straccia a volte misera, lurida — che per breve tempo infestarono le nostre tasche. Era uno scandalo. Una figuraccia internazionale. Eppure eravamo nel pieno della sovranit che alcuni rimpiangono. La sovranit di dimostrarci incapaci persino di produrre gli spiccioli. I sentimenti non hanno un valore di mercato. Non hanno un tasso di cambio. Bisogna ammettere che in quanto a immaginazione l’attuale maggioranza non seconda a nessuno. La moneta del desiderio come l’albero del pane. Non lesina i suoi frutti. Siccome non si possono emettere tutti gli euro di cui avremmo bisogno, come molti sognerebbero di fare senza indebitarsi, li coniamo con il pensiero libero. In assenza di gravit economica.

Di una moneta immaginaria aveva scritto anche Luigi Einaudi riprendendo il pensiero dell’abate Ferdinando Galiani (Teoria della moneta immaginaria nel tempo da Carlo Magno alla Rivoluzione francese). Ma quella felice intuizione doveva equilibrare, come unit di conto, i corsi delle valute espressi in diversi metalli, regolare i pagamenti di competenza. E soprattutto sottrarre la moneta all’arbitrio del sovrano d’altri tempi. Oggi, molto pi modestamente, assistiamo a miliardi di euro immaginari sventolati davanti agli occhi degli italiani. Peccato che non ci siano nemmeno nelle pieghe pi recondite del bilancio pubblico. Neppure se l’Unione europea fosse pi flessibile nell’imporre le sue regole.

Tasse, bonus e sgravi

Nei giorni scorsi Matteo Salvini ha parlato della possibilit di estendere la flat tax, ovvero la tassa piatta, all’Irpef, all’imposta sulle persone fisiche. C’ nel contratto di governo, dunque si deve fare. Ecco, la moneta immaginaria era gi scritta l. La cosiddetta fase uno, con una imposta al 15 per cento fino ai 50 mila euro lordi di reddito — tenendo conto che sotto i 26 mila l’aliquota media sarebbe inferiore e dunque non converrebbe — costerebbe pi di 40 miliardi. La fase due, cio il 15 per cento fino a 80 mila euro, peserebbe per altri 10 miliardi. E altrettanti ce ne vorrebbero per realizzare la flat tax al 20 per cento al di sopra di tale soglia. Insomma, circa 60 miliardi. Una stima non ufficiale. Un costo enorme forse riducibile con l’eliminazione di detrazioni e deduzioni. Con il rischio per di abbassare, e non di poco, i benefici per alcune fasce di contribuenti.
Certo, si potrebbero revocare gli 80 euro come ha ipotizzato Armando Siri, sottosegretario alle Infrastutture per il quale il costo complessivo dell’operazione flat tax sarebbe di 12 miliardi. Il bonus del governo Renzi, il cui costo annuale intorno ai 10 miliardi, non mai stato classificato tecnicamente come riduzione fiscale. Ma apparirebbe, una volta soppresso, come una tassa in pi. Peraltro ingiusta perch colpirebbe i redditi pi bassi. Se oggi si chiedesse ai diciottenni di restituire il discutibile bonus di 500 euro (concesso anche ai giovani di famiglie ricche), la misura risulterebbe come la pi odiosa delle tasse. Per giunta sulla giovent. Tornare indietro quasi impossibile.

Le clausole di salvaguardia

La teoria, chiamiamola cos, della moneta immaginaria, in salsa legastellata, sorprende per un altro non trascurabile effetto. Non solo fa balenare soldi che, salvo acrobazie inesistenti sul controllo della spesa, non ci sono. Ma rende immaginari e futuribili anche quelli che ci dovrebbero essere. Entro il 10 aprile, il governo dovrebbe scrivere il Def, il Documento di economia e finanza e, in linea di principio, indicare come disinnescare 23,1 miliardi (nel 2020) e 28,8 miliardi (nel 2021) di clausole di salvaguardia. A meno che non si aumenti l’Iva, il che sarebbe assolutamente contraddittorio rispetto alle promesse dei paradisi fiscali della flat tax. L’Iva poi un’imposta regressiva, cio colpisce tutti allo stesso modo. La si pu graduare ma cambia poco. Il ministro dell’Economia Giovanni Tria, nell’ultimo question time al Senato, ha elegantemente aggirato la questione. in sede di predisposizione della legge di Bilancio — ha detto Tria rispondendo alle interrogazioni dei senatori — che potranno essere esplicitate diverse ipotesi di riforma addizionale. Al momento non stata formulata alcuna stima ufficiale circa l’impatto di una possibile estensione della flat tax. Ma il momento delle scelte si avvicina. Soltanto sui conti del prossimo anno pesa gi un‘incognita di circa 30 miliardi, di cui 23,1 di clausole Iva. Senza parlare del costo delle misure pro crescita cui tiene, e giustamente, il ministero dell’Economia. Ma ci sono anche i rischi, del tutto sottovalutati, dell’interventismo statale in economia con il quale si fa abbondante uso di moneta immaginaria.

L’illusione che l’arrivo di Ferrovie in Alitalia possa, di punto in bianco, cambiarne i destini dopo che il contribuente ha gi sopportato 7 miliardi di perdita e ogni viaggiatore paga un extracosto di 3 euro per biglietto, appartiene anch’essa a questo approccio miracolistico all’economia. I soldi dello Stato sembrano infiniti. E potrebbe certamente spenderli meglio se solo si ricordasse di fare un po’ di spending review. Ma anche quella sembra passata di moda, ammesso che la si sia fatta seppur per poco seriamente. Secondo i calcoli dell’Osservatorio sui Conti pubblici dell’Universit Cattolica, diretta da Carlo Cottarelli, la spesa pubblica nel 2019 crescer del 3 per cento. L’incremento pi alto dal 2009. Soldi veri, non immaginari.


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