Fishbone: «La Brexit? Rovinerà gli artisti. E Milano diventerà la capitale dell’arte contemporanea»


«La Brexit? Come artista sono molto preoccupato dalla Brexit. Ho sentito di città del Sud Italia dove la gente avrà una ricompensa se deciderà di trasferirsi lì, beh allora può darsi che il mondo dell’arte londinese finirà per traslocare in Puglia? O perché no, a Milano città sempre più dinamica anche artisticamente», dice a L’Economia da Londra, con una vena di humour British, Doug Fishbone. Studi all’Amherst College americano e al Goldsmiths College di Londra, il suo lavoro è passato per la Tate Britain (2010-11) e per maxi installazioni come quella del 2004 a Trafalgar square che radunò sotto la colonna di Nelson 30 mila banane: con il loro giallo squillante un manifesto di vitalità nel cielo plumbeo londinese. Alla Biennale di Venezia del 2015 ha invece portato il suo Leisure Land Golf, un minigolf-installazione per prendersi gioco della geopolitica mondiale, «per parlare di capitalismo e immigrazione» come scrisse il Guardian.

La mostra sui «furti di copyright»

Sempre nel 2015, alla Dulwich Picture Gallery, ha sfidato i visitatori a scovare il «falso» Made in Cina, i «furti di copyright», fra tanti capolavori. Nel 2018 con Artificial Intelligence, ha inventato un totem che per 10 centesimi offre una breve meditazione (che va dalla Monna Lisa all’Europa del XX secolo). E adesso si definisce uno «stand-up conceptual artist». A Londra ci sono gli «stand-up comedian», insomma i comici. Che cosa è, cosa fa, allora uno «stand-up conceptual artist»? «Diciamo che impiego molto humour nel mio lavoro, ma lo faccio per toccare argomenti molto seri: esattamente l’approccio con il quale ho realizzato l’installazione per la Biennale di Venezia. Anzi, i miei ultimi lavori sono quasi delle performance con il passo della commedia. E parlo anche di Brexit, certo». Nella sua ultima comedy style performance, tra foto di Theresa May e di un mondo in fiamme, ad essere chiamata in causa è sempre lei, la Brexit.

Artisti e giovani talenti in fuga

Che cosa pensa dun artista internazionale, della Brexit? «Che l’arte oggi è un po’ leggera quando si tratta di affrontare argomenti importanti. Produciamo arte non ideologica, e il mercato dell’arte in cui lavoriamo è decisamente un mercato di commodity. Detto questo, non sono così sicuro che gli artisti potrebbero fare la differenza in questo dibattito, anche se…» Anche se? «Anche se, prendiamo gli studenti d’arte che si trasferiscono qui per alcuni anni, ecco loro sono una grande parte dell’energia artistica di Londra e se decideranno di andarsene, quell’energia finirà per asciugarsi. Come insegnante d’arte in diverse università sono allarmato nel sentire che molti docenti stanno pensando di andarsene per tornarsene nei loro Paesi di provenienza europea. Sono le persone che hanno aiutato a rendere Londra un luogo attraente, accogliente nei confronti dell’arte. Ed è un male per gli studenti come pure per il più vasto mondo accademico che vive di cross-pollination, di contaminazioni. L’ho già visto con la parabola di alcuni miei colleghi. E se pure gli studenti europei avranno meno voglia di venire a Londra a studiare, perché la città sarà considerata meno attraente, questo farà della capitale britannica una città meno effervescente: mancherà la loro energia».

One percenters e collezioni

E l’art set? Insomma il circuito artistico che sul Tamigi è letteralmente esploso negli ultimi anni, con artistar come Tracey Emin e Damien Hirst: che ne sarà con la Brexit? «Londra sta perdendo affari e investimenti, e stiamo già vedendo un esodo di gente di finanza e di capitali. E se è vero che non sono un grande fan dei one percenters, insomma dei grandi patrimoni, non c’è dubbio che essi siano una grande parte dell’ecosistema d’arte sul Tamigi. E non ci vuole una scienza infusa per capire che è la ricchezza della City che alimenta il mercato dell’arte – attraverso i grandi collezionisti privati. E quando la City imploderà finanziariamente, il mondo dell’arte lo avvertirà in modo brusco. Forse Londra potrebbe diventare meno costosa, e magari alcuni artisti potrebbero permettersi di viverci, ma questo è uno scenario difficile da prevedere».

L’hub di Londra

Pessimista? «Non riesco a vedere nessun ottimismo. La prosperità e centralità di Londra come hub artistico è piuttosto recente e può finire in fretta, così come è iniziata. Sono davvero preoccupato dalla Brexit. Come artista basato in una capitale, trovo duro accettare che così tanta gente sia pronta a disimpegnarsi da una comunità vasta come quella europea. Comunque capisco anche che molti si sentano lasciati ai margini, indietro, da un progresso che a loro sembra estraneo». Che cosa si augura? «La mia speranza è che l’incompetenza politica nasconda un qualche piano che non capiamo, che si stia cercando di lasciar morire la Brexit.. se fosse così, sarei felice. Che diventi un tale problema da risolvere e che possiamo così avere un secondo referendum, per decidere». E qui ritorna lo humour britannico, più che l’artista. «È un guaio la democrazia: devi dar retta al parere della maggioranza anche se è fuori di testa. Per questo ho la mia idea: il mondo dell’arte di Londra finirà per trasferirsi in Puglia».


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