Festival di Trento. Bellezza e calcio, il mondo di Guardiola: «Verrei ad allenare in Italia»


L’Arrigo, Carletto, il Pep. Tra loro si chiamano così: col nomignolo, col vezzeggiativo, con l’articolo prima del nome. Perché la grande bellezza è prima di tutto sintonia, empatia, è il rispetto che passa attraverso la complicità sincera di chi sente e vive alla stessa maniera. Sacchi, Ancelotti, Guardiola.

Tre allenatori, tre generazioni, tre maestri, tre leggende che insieme hanno alzato qualcosa come dieci Coppe dei Campioni. Anche se a guardarli bene, lì sul palco del Santa Chiara di Trento, davanti a quasi mille persone che per un’ora e passa li ascoltano in sacrale silenzio, sembrano più tre amici che se la raccontano: di pallone, di com’era, di come sarà, di come sarebbe. «Cosa ruberei a Carlo? Di sicuro non i capelli» attacca Pep. E giù tutti a ridere. Questo s’intende, quando si dice che il Festival dello Sport è prima di tutto una festa.

Un incontro intenso, ritmato, per niente scontato. A moderarlo due firme della Gazzetta dello Sport, il vicedirettore vicario Gianni Valenti e Andrea Schianchi, che a un certo punto, senza prenderla tanto larga, quasi in tackle, chiedono a Guardiola se un giorno o l’altro verrà ad allenare in Italia. La sua risposta è un «perché no?» che ha sorpreso solo chi non sa quanto il catalano sia realmente legato al nostro Paese.

Da centrocampista, fra 2001 e il 2003, ha giocato a Roma ma soprattutto a Brescia, dove continua ad avere molti amici, con i quali ha trascorso i due giorni precedenti all’incontro trentino, fra una colazione in centro e lo shopping nei negozi di fiducia. «Anni fa mi chiesero se mai sarei andato ad allenare in Germania, non ci pensavo nemmeno, eppure è successo, quindi rispondo: perché no? L’Italia resta un’opzione. E poi si mangia tanto bene».

Dopo aver reso onore al maestro Cruyff («ci ha aperto gli occhi»), ammesso di detestare il termine tiki-taka («non mi piace, sembra ludico, noi facevamo girare la palla perché sapevamo dove farla finire»), citato Gattuso («di lui mi parlano molto bene»), ricordato la corsa di Mazzone («un grande»), elogiato il Sassuolo di De Zerbi («è propositivo») e affrontato il tema della crisi italiana («ora serve riflessione, anche se restate un grande movimento che ha vinto tanto e per tanto tempo»), Pep ha parlato così dei suoi epocali successi al Barcellona: «Non voglio essere un falso umile ma non ho inventato niente. Ho avuto fortuna, a 37 anni ero un allenatore giovane che veniva dalla quarta divisione, con sette giocatori che arrivavano dalla cantera in cui per tanti anni avevano fatto quello che chiedevamo, e con i soldi per comprare forti giocatori stranieri. Volevamo mangiare il mondo e l’abbiamo fatto. Tutto qua».

Il tema dell’incontro, ambizioso, era «la bellezza del calcio». Esiste? Cosa significa? E ha senso? Serve a vincere? La risposta l’ha data Sacchi: «Solitamente vince chi gioca meglio, ma soprattutto chi vince giocando bene acquisisce un’autorità morale che chi vince giocando male non acquisirà mai».

Si è parlato ovviamente molto anche di attualità. Di Champions, soprattutto. Ancelotti: «Il Napoli ha un girone durissimo, lo abbiamo ben indirizzato, ma le valutazioni che contano sono quelle di aprile». Guardiola invece ha dato i suoi pronostici. E ovviamente, a sentir lui, il suo City non è in testa alla fila: «Non so se siamo pronti, non abbiamo una storia dietro. Sono favorite Real e Barcellona, che questa storia ce l’hanno. E la Juve che, dopo due finali, con l’acquisto di Cristiano ha dimostrato di voler vincere. Poi c’è l’Atletico che avrebbe la finale in casa». Che dica sul serio o meno, che ci creda o meno, conta poco.

Resta l’immagine finale dell’abbraccio sincero fra i tre maestri. Se la grande bellezza esiste, è fatta così.

14 ottobre 2018 (modifica il 14 ottobre 2018 | 21:44)

© RIPRODUZIONE RISERVATA




http://xml2.corriereobjects.it/rss/sport.xml

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *