Ferrari, quanti rimpianti. Ma Hamilton era di un altro pianeta


«E’ incredibile aver eguagliato Fangio, provo una sensazione surreale». Lewis Hamilton cammina sulle nuvole dopo aver conquistato il quinto titolo. L’ha vinto lui questo Mondiale e l’hanno perso Sebastian Vettel e la Ferrari, ma non domenica in Messico. Molto prima. Lo ammette anche il tedesco, con eleganza: «Non mi piace perdere, ma Lewis lo ha meritato e bisogna solo fargli i complimenti». Vero. Il pentacampéon della Mercedes ha spostato gli equilibri facendo la differenza a ogni occasione e castigando tutti gli errori del rivale. Anche quando la Rossa era la macchina da riferimento in pista. «Non ho avuto la monoposto più veloce per gran parte della stagione – racconta Hamilton- ma alla fine ho vinto grazie al duro lavoro della squadra».


Lewis Hamilton, 5 volte campione del mondo: non solo un campione, ma un’icona del nostro tempo



Cinque volte campione


Rivoluzione Mercedes

Dopo l’estate a partire da Spa (l’ultimo successo di Vettel), la scuderia anglo-tedesca ha rivoluzionato la vettura approvando un budget straordinario (si parla di 30 milioni) per piegare definitivamente la Ferrari: è stata rifatta la sospensione posteriore e sono stati introdotti i discussi cerchi forati per far funzionare meglio le gomme. I buchi sono stati chiusi ad Austin e in Messico per evitare polemiche e reclami, e sono arrivati i guai: sia Hamilton sia Bottas hanno faticato da matti con qualunque tipo di mescola accumulando ritardi ferroviari, solo una coincidenza? Probabilmente no, ma la verità è che il 33enne di Stevenage aveva già chiuso la partita da un pezzo. Tutti indicano come punto di svolta il Gp di Germania: il goffo testacoda di Vettel sull’umido che consegna la vittoria più insperata all’avversario restituendo lo scacco subìto a Silverstone. Ma per Lewis è in Inghilterra il vero momento chiave, nella rimonta da ultimo a secondo: «Ho capito che avevo ritrovato il feeling, che potevo tornare a spingere al massimo. Sono cresciuto passo dopo passo grazie al lavoro tecnico e alla concentrazione. Vincere a Budapest, a Hockenheim a Monza, dove non ci speravamo, è stata un’iniezione di fiducia».

Lezione

Eccola la prima lezione per la Ferrari del 2019: se concedi così tanto vieni punito. Sul banco degli imputati ai primi posti siede Sebastian Vettel. Magari lo avrebbe perso comunque questo campionato, ma non così presto e non con un distacco così grande senza i suoi continui black out. Tre penalità nell’arco di una stagione sono troppe per un quattro volte iridato (Austria, Francia, Stati Uniti), per non parlare della raffica di incidenti nelle prime curve. Sempre in fotocopia. Mentre l’altro non sbagliava mai nulla, demolendo il rivale sul piano agonistico e mentale. Come sarebbe finita a piloti invertiti? E’ la domanda da bar sport che tutti si fanno e alla quale nessuno può rispondere. E’ sicuro invece che servirà un nuovo Sebastian, l’opera di ricostruzione è già iniziata e s’intravedono alcuni segnali incoraggianti. Con Charles Leclerc al fianco poi l’ex Red Bull dovrà dimostrare di poter reggere la concorrenza interna, il monegasco non viene a fare il secondo. Sul bilancio della Ferrari ha pesato la scomparsa improvvisa di Sergio Marchionne, anche a livello «politico». Il presidente era stato l’artefice della riorganizzazione del team, il suo carisma era capace di far coesistere personalità diverse: quella del team principal Maurizio Arrivabene e quella del d.t. Mattia Binotto. Non è un mistero che i grandi cambiamenti aziendali (John Elkann presidente e Louis Camilleri a.d.) abbiano avuto ripercussioni sugli equilibri interni. C’entra anche questo se dopo la pausa di agosto il Cavallino ha vissuto un periodo di sofferenza pura fra Monza, Singapore, Sochi e Suzuka. Adesso che è la tempesta sembra passata, la macchina ha ripreso a girare come si deve e anche gli strateghi sono più lucidi. «Siamo un gruppo concentrato e compatto» ha detto Arrivabene. Con ogni probabilità toccherà ancora a lui prendere il timone per cercare di riportare a casa quel titolo piloti che manca dal 2007. Per quello costruttori c’è ancora speranza: 55 punti da rimontare in due gare sono tanti ma se la Mercedes continuerà a essere quella irriconoscibile di Austin e Città del Messico perché non crederci?

Sviluppi tecnici

Terzo e ultimo appunto, gli sviluppi tecnici. La SF71H era una monoposto da vertice. Lo ha dimostrato con sei vittorie (5 Seb e 1 Kimi) e altrettante pole. Il suo potenziale è stato sottoutilizzato per le mancanze dei piloti, tattiche improvvisate e carenze nella gestione della squadra (tipo il licenziamento di Raikkonen alla vigilia del Gp d’Italia). Nella volata finale si è imposta la Mercedes, sfruttando l’esperienza e la tranquillità di chi è abituato a vincere. Ha ritrovato la bussola tecnica e si è visto. Un perfetto replay della stagione precedente, solo che lì alla Ferrari era venuta meno l’affidabilità mentre adesso un insieme di cose. Secondo Seb le ultime speranze di rimonta sono svanite a Singapore: «Da lì non abbiamo più avuto il passo per insidiare la Mercedes». Gli aggiornamenti aerodinamici non hanno funzionato, le correlazioni fra la galleria del vento di Maranello e la pista non tornavano e ci è voluto tempo prima di tornare alle vecchie configurazioni e ritrovare la velocità perduta. Ma ormai era tardi. Nonostante tutto però, le basi per ripartire bene nel 2019 ci sono tutte.

29 ottobre 2018 (modifica il 29 ottobre 2018 | 15:41)

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