Ferrari, in Bahrein è già prova d’appello. Vettel: «Ho fiducia»


Il partito dei ferraristi ottimisti ricorda che il vincitore del Gp d’Australia del 2017 e del 2018 non ha poi conquistato il titolo mondiale. Quel pilota era Sebastian Vettel. Se tanto dà tanto, allora, il k.o. della Ferrari all’Albert Park può anche essere visto, in proiezione, come un risultato favorevole. Ma a parte il fatto che va poi dimostrato in pista che una rondine non fa primavera, si può sempre rammentare che nel 2016 non funzionò in quel modo: Nico Rosberg arrivò primo tra i canguri e poi, in novembre ad Abu Dhabi, concluse al comando il duello con Lewis Hamilton.

No, meglio accantonare coincidenze e superstizioni e pensare piuttosto a come la Rossa possa rimediare entro due settimane, quando in Bahrein si correrà un Gp già dal sapore della prova d’appello, oltretutto su un tracciato che storicamente emette verdetti ben più attendibili di quelli australiani.


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Mattia Binotto non ha mancato di sottolineare questo aspetto, rifilando pure una frecciata a Toto Wolff, il collega della Mercedes che ha identificato i guai del Cavallino «nell’incapacità di trovare la giusta finestra di utilizzo delle gomme»: «Toto sembra ben informato — ha ironizzato il team principal di Maranello —; ma più che di finestre non azzeccate io parlerei di bilanciamento non corretto». Rispetto ai test di Barcellona lo scenario era differente: asfalto irregolare, temperature più alte e molto vento, oltre alle caratteristiche di una pista semi-cittadina. Siamo all’episodio isolato, all’una tantum? Deve essere così, sottolinea Binotto: «Lavoreremo perché quanto accaduto sia un’eccezione in tutta la stagione: la macchina ha un potenziale che non siamo stati in grado di valorizzare».

In effetti, al netto dei muscoli esibiti dalla Mercedes (solo un grullo poteva immaginare che non avesse camuffato la sua forza), è impensabile che la macchina brillante e «facile» di Barcellona, pur alle prese con qualche pecca di affidabilità, si sia trasformata di punto in bianco in una monoposto che incassa distacchi biblici, come quelli del 2015 quando, nella stagione della ripartenza, bastava centrare un podio a un minuto di distanza dalle Frecce d’argento.

Anche l’«ingegner» Vettel tende a pensare che si sia trattato di un temporale estivo, per quanto rognoso perché ha minato la fiducia. «Non avevamo grip e la trazione era scarsa: se realizzi di non poter fare ciò che vuoi, tutto diventa più complicato». La metodica propensione di Seb ad annotare ogni cosa e la sua memoria da elefante lo portano quindi a ricordare un dettaglio non trascurabile: «Nel 2018 avevo vinto, è vero; ma tanti scordano che eravamo giunti in Australia con numerosi dubbi, soprattutto relativi al retrotreno, che in qualifica avevamo sofferto e che in gara ci era andato tutto bene grazie anche a un colpo di fortuna (un’uscita della safety car rivelatasi favorevole, ndr). Ecco, quei problemi li risolvemmo prima del Bahrein: non ci resta altro da fare che ripeterci».

Rispetto all’anno scorso potrebbe esserci un vantaggio: i difetti della SF90 paiono meno seri di quelli che aveva di questi tempi la SF70H. E se lo dice chi la guida…

18 marzo 2019 (modifica il 18 marzo 2019 | 21:23)

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