Eni e Shell in Nigeria, i giudici: «i vertici avallarono illeciti»


La «procedura di acquisto» del giacimento petrolifero OPL 245 in Nigeria «da parte di Eni» è stata «costellata» da «un’impressionante sequenza di anomalie, che «necessariamente devono essere state avallate dai vertici della società e non trovano alcuna logica giustificazione se non negli illeciti accordi spartitori». Lo scrive il gup Giusy Barbara nelle motivazioni delle condanne in abbreviato per corruzione internazionale a 2 presunti mediatori. Nella tranche a dibattimento è imputato tra gli altri l’ad Claudio Descalzi.

La condanna di primo grado in Tribunale a Milano a 4 anni — che risale allo scorso settembre — è legata a fatti avvenuti in Nigeria nel 2011 e prevede la confisca di 112 milioni di dollari. Riguarda il nigeriano Obi Emeka e l’italiano Gianluca Di Nardo. In giudizio a Milano con rito ordinario oltre l’Eni vi sono l’ex n.1, Paolo Scaroni, il suo ex n.2 (ora amministratore delegato) Claudio Descalzi, l’ex ministro nigeriano del Petrolio Dan Etete e una decina di altre persone. Il verdetto della gup Giusy Barbara presuppone vi sia stata davvero corruzione internazionale di politici nigeriani in un’ operazione commerciale. Quella con la quale nel 2011 Eni e Shell (pure imputata con quattro ex manager) versarono 1 miliardo e 300 milioni su un conto ufficiale del governo nigeriano per acquisire la concessione del giacimento «Opl-245» in pancia alla società nigeriana privata Malabu, dietro la quale in realtà c’era il ministro del Petrolio Etete.

17 dicembre 2018 (modifica il 17 dicembre 2018 | 11:28)

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