Enel Green Power, piano per l’Africa Energia solare nello Zambia «cinese»


Che il «global warming» sia il problema energetico più sentito dal mondo occidentale lascia spesso sullo sfondo, quasi dimenticato, quello della povertà energetica. Uno spiraglio è arrivato lo scorso anno: l’Agenzia internazionale dell’energia ha certificato che la popolazione mondiale senza elettricità è scesa sotto il miliardo di persone sui 7,5 totali. Un primo piccolo passo in avanti anche per l’Africa sub-sahariana, che ha ancora 620 milioni di individui che restano al buio. Piano piano le cose stanno cambiando. Le energie rinnovabili — più «facili» ed economiche da installare — conoscono nel subcontinente uno sviluppo considerevole. I fondi della Banca Mondiale e degli organismi internazionali (oltre a progetti mirati da loro patrocinati, come lo «Scaling solar») spingono i Paesi africani a lanciare piani internazionali di sviluppo su cui si fanno concorrenza quasi tutti i maggiori gruppi elettrici internazionali, spinti dai ritorni garantiti dalle vendite di energia di lungo periodo ma frenati dai tempi infiniti delle burocrazie locali.

Tra di essi non poteva mancare l’Enel con il suo braccio «verde», Enel Green Power, che ha iniziato in Sud Africa nel 2012 per poi passare all’Etiopia, al Marocco e al Kenya. «Per noi l’Africa è straordinariamente importante — spiega il chief executive di Egp Antonello Cammisecra — e oggi qui siamo il primo operatore privato delle rinnovabili». La strategia del gruppo di Cammisecra, che ha nel mirino in futuro anche il West Africa, prosegue ora con lo Zambia, dove si sta ultimando l’impianto solare fotovoltaico di Ngonye, nella parte meridionale del Paese. Lì vengono installati 34 megawatt di potenza per un investimento di 40 milioni di dollari. L’energia sarà commercializzata grazie a un accordo venticinquennale con l’utility pubblica Zesco. Ma non basta: Egp si sta muovendo per almeno altri due progetti di tenore simile. Lo Zambia — che ha ospitato negli ultimi due giorni non solo gli incontri del network Res4Africa, ma anche il principe Harry, in missione (senza Meghan) per il Commonwealth — non è peraltro una novità per l’industria italiana, che negli anni Cinquanta e Sessanta è arrivata nel Paese con Eni, Fiat Impresit e altre imprese di costruzioni. Qui gli italiani hanno realizzato infrastrutture come la diga di Kariba e di Itezhi-Tezhi, la raffineria e l’oleodotto di Ndola, oltre a strade e linee elettriche. Un ruolo ridimensionatosi dagli anni Ottanta e rilevato dalle imprese cinesi, la cui presenza massiccia si nota sin dall’arrivo in aereoporto. La Cina è sempre stata interessata al rame, mentre l’ingente debito dello Zambia verso Pechino rende ancor più sbilanciati, economicamente e finanziariamente, i rapporti tra i due Paesi. Tanto che poche settimane fa il governo locale ha dovuto smentire come fake news le voci di cessione alla Cina dello stesso aereoporto internazionale e della società dell’energia elettrica.

29 novembre 2018 (modifica il 29 novembre 2018 | 12:46)

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