Dopo la tregua obbligata il confronto si sposta sugli equilibri nel board


Lo showdown non c’ stato. La scelta dell’assemblea di non votare la revoca dei consiglieri chiesta da Vivendi ha evitato che si arrivasse alla conta, aiutando cos a ricomporre il conflitto tra gli azionisti di Tim. I voti avrebbero consegnato la vittoria al fondo Elliott. A Vivendi, primo socio del gruppo telefonico, non sarebbe bastato il 23,9% per vincere in un’assemblea a cui si presentato il 66% del capitale. Raccontano che alla vigilia ci sarebbe stato un tentativo per cercare un punto di incontro. Una proposta di scambio: niente revoca a fronte di un passo indietro del presidente Fulvio Conti. Ma stato inutile. Elliott probabilmente voleva andare fino in fondo lasciando all’assemblea il compito di stabilire i rapporti di forza, sapendo gi come sarebbe andata a finire. Ma soprattutto sapendo che il confronto vero inizier adesso e, anche se la revoca non stata votata, Vivendi ci arriva indebolita da quella che comunque una sconfitta, formalmente evitata in nome del buon senso e, si dice, anche al consiglio della Cassa depositi e prestiti, secondo azionista di Tim con 9,8%. Se una pace vera o una pace armata si capir al prossimo consiglio d’amministrazione. Il primo in agenda il 20 maggio per l’approvazione della trimestrale ma possibile che ce ne siano anche prima. I consiglieri in quota Elliott vogliono un gesto formale in consiglio con il ritiro da parte di Vivendi delle accuse nei loro confronti. Un presupposto per avviare il dialogo.

L’auspicio che sia comunque una pace duratura, sebbene l’astensione di Vivendi sul bilancio a molti sia sembrata una scelta strategica in previsione di una trattativa complessa, con cui si riservata la mossa di poter impugnare il rendiconto. Vivendi si astenuta anche sull’incarico ai nuovi revisori, che lei stessa aveva sollecitato, pure per vie legali, per poter arrivare a convocare l’assemblea e revocare i consiglieri di Elliott. Segno che c’ ancora lavoro da fare. Che qualcosa dovr cambiare inevitabile. Al di l dell’assenza in consiglio della Cdp, i conflitti tra consiglieri hanno finito per comprimere le funzioni del board, che non sono certo quelle di regolare i conti tra i soci. Potrebbe servire qualche sostituzione perch la pace regga, ma se prima dell’assemblea sembrava che fosse necessario un sacrificio da parte di Elliott, adesso le parti potrebbero essersi invertite e toccare a Vivendi fare lo sforzo maggiore. Ma per il fondo Usa non solo una questione di nomi. Ora che il clima sembra rasserenato il confronto potr tornare a concentrarsi sulle cose da fare per creare valore per tutti gli azionisti di Tim. Elliott vorrebbe partire da qui, prima di parlare di una ricomposizione del consiglio. Sul piano pratico, buon senso immaginare che a guidare la discussione siano i due azionisti di lungo termine, Cdp e Vivendi, tenendo conto degli interessi del fondo Usa la cui natura di hedge fund implica un orizzonte di investimento pi breve. Il percorso per la creazione di valore partirebbe dal piano dell’amministratore delegato Luigi Gubitosi, che in questi mesi ha tessuto la tela che ha portato alla tregua tra i due grandi azionisti, per ricomprendere gli obiettivi di Elliott, come la conversione delle azioni di risparmio e la valorizzazione della rete, che sta a cuore anche a Cdp, e quelli funzionali all’espansione del business di una media company come Vivendi. Non sono interessi in conflitto, ma serve una manovra non banale per riuscire ad allinearli e a tradurre le buone intenzioni in valore per tutti gli azionisti di Tim.


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