Doping, Magnini è una furia: «Non c’è una prova, siamo nel Far West»


La rampa 28 della curva sud dello Stadio Olimpico ne ha viste tante di fughe alla chetichella dalle stanze disadorne del Tribunale Nazionale Antidoping: dall’uscita di servizio, attraverso il dedalo di sotterranei del campo, dentro macchine dai vetri scuri, a occhi bassi e con un corteo di avvocati a far da scudo. Non è il caso di Filippo Magnini. Il pluricampione del mondo di nuoto lascia l’aula dopo 5 minuti di udienza e con 4 anni di squalifica sul groppone ma ha voglia di parlare, quasi di urlare. Niente avvocati a fare da filtro, la fidanzata Giorgia Palmas a guardarlo a distanza, presenza muta al fianco del compagno di sventura Michele Santucci.


Il nemico di Magnini ha un nome e un cognome. È l’ex pubblico ministero romano Pierfilippo Laviani che il Coni ha designato lo scorso anno come pubblica accusa dell’agenzia antidoping italiana. «In quale tribunale — si accalora l’ex nuotatore — un pm può permettersi di alzarsi in piedi, sbattere i pugni sul tavolo e urlare all’imputato “Questa è una questione personale tra me e lei?”. Siamo nel Far West? Come può il Coni non avere paura di una situazione del genere? Come fanno gli atleti a non temerla? Io ho accettato ogni tipo di processo ma qui fin dall’inizio si cercava una verità precostituita». Parole durissime. Magnini giura che mai l’accusa avrebbe fatto il nome della sostanza con cui lui e Santucci si sarebbero dopati. Ma nelle carte dell’inchiesta si parla delle famigerate fiale di Gh, il proibitissimo ormone della crescita che il medico Porcellini ha effettivamente ordinato via Internet in Cina e ricevuto a Pesaro.

«Cosa significa “tentato uso”? — prosegue l’atleta — Tentato uso è se ti beccano con la roba nello zaino o nel frigo. E allora certo che meriti la condanna. Ma nelle carte non c’è una telefonata, una consegna, un pacco a mio nome. Niente. Cercavano un capro espiatorio, l’hanno trovato. Ho anche pensato volessero colpire qualcuno più in alto. Chi? Non ve lo posso dire. No, non Federica Pellegrini, magari qualche altro atleta, magari un politico. Io la penso come Cristiano Ronaldo. Sono stato un esempio nello sport e nella vita, ho una bellissima famiglia, ho sempre aiutato il prossimo per cui quello che dice certa gente non mi tocca».

Nessun atleta aveva mai attaccato così duramente e direttamente gli organi di giustizia sportiva antidoping. Organi che, al contrario di quelli penali, mantengono blindatissimi sia i processi che le decisioni: accesso proibito alla stampa, motivazioni delle sentenze pubblicate solo per telegrafici estratti, procuratori e magistrati muti come pesci. Ecco, se c’è un’esigenza che emerge dopo la squalifica choc di Magnini (e Santucci) e dopo le sue durissime dichiarazioni è quella di procedure più trasparenti che permettano a tutti almeno di farsi un’opinione più chiara della verità. Che, al momento, è solo parziale: gli avvocati di Magnini (Stincardini e Compagna) hanno annunciato ricorso sia al tribunale d’appello (servirà almeno un mese) e, se dovesse servire, al Tas di Losanna dove le prove verrebbero vagliate a livello internazionale. «Se devo paragonarla a una gara di nuoto — chiude Magnini — questa mia corsa è alla prima virata, ai 50 metri. E io le gare importanti le vincevo sempre negli ultimi dieci».

6 novembre 2018 (modifica il 6 novembre 2018 | 22:59)

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