Doping: la Wada grazia ancora la Russia, ma sono in arrivo vecchie positività


Il 17 dicembre aveva respinto gli ispettori con quella che era sembrata una balla clamorosa: «I vostri strumenti non sono conformi alle normative nazionali». Il 31 dicembre aveva mancato la scadenza (sulla carta ultimativa) per concedere libero accesso agli esperti dell’Agenzia mondiale antidoping (Wada) pronti a verificare se misteri e veleni del famigerato laboratorio di Mosca fossero ancora tali.

Martedì, a dispetto delle vibranti proteste degli atleti e dell’opposizione della sua stessa vice presidente Helleland, la commissione esecutiva della Wada ha dichiarato la Russia «conforme» alle norme internazionali permettendo ad agenzia di stato e laboratorio di continuare a operare. «A Mosca — ha spiegato Jonathan Taylor, capo della commissione d’inchiesta — abbiamo recuperato 20 terabyte di dati da 20 diversi hard disk e molti campioni biologici. Tutto con mille precauzioni perché alcuni computer erano vecchissimi». Scopo del «prelievo»: verificare voci che parlano di sistematiche positività mascherate, «parecchie centinaia» secondo il presidente Wada, Craig Reedie, 9 mila stando a fonti internazionali. Lo stop agli ispettori e il ritardo nel via libera sarebbero un disperato tentativo di normalizzare una situazione fuori controllo. I re-test delle urine «olimpiche» stanno dando positività altissime e scoprire che dietro c’è un nuovo schema dopante sarebbe un disastro. Wada e Cio, non indifferenti al fascino di Putin e degli oligarchi russi, provano a salvare la baracca. «Se le violazioni fossero dimostrate — ha detto Taylor — chiederemo di applicare sanzioni durissime». Russia fuori dai Giochi di Tokyo? Lo sapremo (forse) a fine aprile.

22 gennaio 2019 (modifica il 22 gennaio 2019 | 22:48)

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