Doping in Russia: Cio e Iaaf, giustizia a due velocità. Il ruolo di Putin


Si chiude l’anno di Pyeongchang: i Giochi senza Russia per lo scandalo doping. Due gli ori degli atleti neutri riuniti sotto la sigla Oar (Olympic Athletes from Russia) in Corea: la bambina Zagitova nel pattinaggio, la squadra di hockey, con vittoria sulla Germania e inno cantato a squarciagola sul podio. Si apre l’anno dei Mondiali di atletica di Doha: i secondi di fila, dopo Londra 2017, senza Russia. Ma il Comitato olimpico internazionale (Cio) del presidente Bach si era affrettato a riabilitare la Russia tre giorni dopo la conclusione di Pyeongchang, a dispetto dei due casi doping della Grande Madre emersi durante l’Olimpiade (Krushelnitckii nel curling, la Sergeeva nel bob), mentre la Federatletica internazionale (Iaaf) del presidente Coe ha appena respinto l’ennesimo assalto di Mosca per riammettere gli atleti sotto la bandiera bianca, blu e rossa (dal luglio 2016 sono Ana, Autorised Neutral Athletes).

Lo stesso scandalo mondiale: il doping di Stato smascherato dal rapporto McLaren all’Olimpiade casalinga di Sochi, il terreno di caccia che frutt allo zar Putin 33 medaglie, di cui 13 d’oro. Il medesimo caso politico: l’esclusione da un grande evento di una superpotenza sportiva ma non solo. E due trattamenti, da parte di Cio e Iaaf, molto diversi. Perch una giustizia a doppia velocit?

Per esercitare influenza sul movimento olimpico tramite le Federazioni internazionali, la Russia mescola politica e denaro scommettendo sui ruoli defilati. Prima regola: tenere i propri uomini forti alla larga dalle poltrone di presidente, troppo esposte per non destare sospetti. Ecco perch Putin non ha gradito le cruente battaglie per la conquista della boxe da parte dell’ucraino naturalizzato russo Gafur Rakhimov — miliardario accusato dall’Fbi di affari con la mafia giapponese — e l’assalto al tiro a volo del discusso magnate dell’acciaio Vladimir Lisin, che ha battuto Luciano Rossi tra strascichi polemici e minacce personali. L’errore da non ripetere quello di Vitaly Mutko, che sommando onori (ministro dello Sport, n.1 del calcio, organizzatore dei Mondiali) e orrori (anima nera delle nefandezze del laboratorio di Mosca) ha dovuto lasciare una strategica poltrona nel board della Uefa al molto meno influente Alexey Sorokin.

Pi apprezzato da Putin un personaggio come Vasily Nikolayevich Titov, tra i banchieri pi ricchi del Paese. Titov ha rinunciato al trono della ginnastica: vice con strategica delega a marketing e finanze. Ruolo analogo per due super magnati fedelissimi allo zar: Igor Makarov, re del gas russo, da dieci anni designa (e silura) chi amministra il ciclismo pur essendo semplice consigliere; Viacheslav Aminov, ras di banche e ferrovie, gestisce da vice presidente le finanze del pentathlon mantenendo in vita (olimpica) uno sport al tramonto. Ruoli defilati per Sergey Soloveychik, n.2 del judo, e Mikhail Mamiashvili, personal trainer di Putin che lo zar ha infilato nel board della lotta libera. Uomo chiave al Cio l’irruento ex tennista Shamil Tarpishchev, da vent’anni nel comitato esecutivo: mentre gli altri tessono la loro rete di lobbying, lui l’ufficiale di collegamento tra Mosca e Bach. E poi gli sponsor: Coca Cola, McDonald’s e Visa, che finanziano per il 91% il Cio insieme ai diritti tv, sono molto sensibili al mercato russo.

Non che Coe sia impermeabile a voti e denari, ma in questo momento storico gli conviene mostrarsi pi duro e intransigente: senza Russia, pi medaglie per la Gran Bretagna. L’empasse nato ieri tra Mosca e la Wada gli fa gioco: l’accesso negato ai dati del laboratorio blocca il processo di riabilitazione. Altra benzina sul fuoco dello scandalo, altra distanza tra Bach e Coe.

23 dicembre 2018 (modifica il 23 dicembre 2018 | 22:15)

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