Dall’eresia al sangue, la storia del lupo come totem culturale –


Cosa indossavano i vessilliferi delle legioni romane? Pelli di lupo. In cosa credevano di trasformarsi i guerrieri Berserkir e Úlfheðinn della tradizione norrena durante il voden («furore»)? Lupi o orsi. Quale animale spadroneggia nelle favole o nelle leggende di santi medievali, come in quella di San Francesco? Il lupo.

In ogni epoca di crisi, rivoluzione francese compresa, la paura prende sempre la stessa forma, quella di lupi immaginari o reali. Il lupo è un animale totem in moltissime culture. Ecco allora che il medievista Riccardo Rao ha scritto un saggio che ricostruisce il lungo percorso del rapporto di amore e odio tra gli uomini e questo canide: Il tempo dei lupi. Storia e luoghi di un animale favoloso (Utet, pagg. 254, euro 18) stando attendo a quanto la percezione del lupo cambi nel tempo. Nel tardo impero romano e nel basso Medioevo il lupo è già un animale mitico, psicopompo, associato alla notte e alle anime dei morti. Anzi, con l’abbandono dei terreni agricoli e il moltiplicarsi delle foreste si crea un ampio spazio in cui il predatore vive indisturbato. Sì è una minaccia per le greggi, ma molto poco per gli umani. Nella mitologia nordica ad esempio prevale il suo essere divino e potente. Per rendersene conto basta guardare i nomi che vanno per la maggiore in alcune popolazioni barbare e derivate da wulf: Wulfila, Ataulfo, Vultulfo, Achiulfo. E anche in Italia vanno di moda Lupo e Lupaldo almeno sino al X secolo. Nasce però anche un lupo mitico che si appoggia alle metafore evangeliche, a partire da Matteo 7,15: «Guardatevi dai falsi profeti che vengono a voi in veste di pecore, ma dentro sono lupi rapaci». Se il lupo reale produce una paura relativa, nell’ambito culturale è sempre più l’incarnazione dell’eretico. Nel XIV secolo, nel piccolo villaggio di Montaillou, sui Pirenei, studiato da Emmanuel Le Roy Ladurie, la gente credeva che i battezzati non potessero essere sbranati dai lupi. E a Firenze tra il XV e XVI secolo ai catecumeni veniva regalato un dente di lupo. E così si capisce come il lupo di Gubbio di San Francesco forse nasconda qualcosa di diverso rispetto a un animale reale. Del resto ammansiscono lupi eretici già Sant’Eustorgio e San Giulio…

Nel frattempo i terreni coltivati avevano ricominciato ad espandersi e i contatti tra uomini e lupi avevano assunto aspetti più cruenti. Dopo l’anno Mille aumentano i racconti di attacchi. Veri o presunti, sono il segno che lo spazio di bosco che separa le due specie si restringe. E nello scontro non può esserci che un vincitore: l’uomo. Ma fu una lotta lunga in cui gli umani potevano essere presi dal timor panico. Capitò spessissimo nel Settecento. In Francia divampò la paura della bestia del Gévaudan, misterioso e gigantesco lupo, a cui vennero attribuite un totale di 136 vittime tra il 1764 e il 1767, o la Bestia feroce di Milano che terrorizzò i contadini attorno alla città nel 1792. Poi pian piano i lupi sono scomparsi e le paure ancestrali sono rimaste soltanto nelle favole e nei miti. Però ora che il lupo torna ad essere un animale relativamente diffuso, in un ambiente estremamente antropizzato, torna il problema di distinguere tra animale reale, miti ancestrali, buonismo animalista e paure eccessive. Tutti aspetti toccati dal libro di Rao, come – tra l’altro – Cappuccetto Rosso, la lupa di Dante e i bambini allevati dai lupi della tradizione tedesca e irlandese… Quindi vi affidiamo ai capitoli del libro e diciamo a Rao: «In bocca al lupo» (editorialmente parlando).


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