clone d’Europa da oltre un miliardo di euro –


SHENZHEN – Parigi, Verona, Friburgo. Prossimamente anche Lussemburgo. Più che uno strategico e appartato luogo di lavoro il nuovo campus del colosso tecnologico Huawei a Dongguan, un’ora e mezza di auto da Shenzhen, la metropoli cinese dell’hi-tech agganciata a Hong Kong dove ha sede il quartier generale, è un fastoso omaggio al fascino e alla storia dell’Europa. Dodici complessi di edifici, collegati da un vero e proprio treno, a creare altrettanti quartieri ispirati ciascuno a una città europea: Ox Horn, ‘corno di bue’ dalla conformazione dell’area, sorge sulle sponde del lago Songshan. In cinese è noto invece come ‘Xi Liu Bei Po Cun’, che trasmette il più pacifico significato di ‘pendio sottovento pieno di ruscelli’.
 
Lì rinascono la Borgogna, Oxford, Bruges, Windermere, Bologna, Granada, Heidelberg e la ceca Cesky Krumlov. Il gruppo cinese sta forse attraversando la fase più delicata della sua storia nel braccio di ferro sul doppio fronte delle accuse di spionaggio per conto del governo e di violazione degli embarghi da parte degli Stati Uniti e di altri Paesi occidentali, tanto da spingere di recente il 74enne fondatore e ad Ren Zhengfei, ex ingegnere dell’esercito cinese, che taceva da quasi quattro anni e che ora è chiamato in causa anche dall’arresto in Canada della figlia e direttrice finanziaria Meng Wanzhou: “Amo il mio Paese, supporto il Partito – ha spiegato pochi giorni fa dal quartier generale di Shenzhen – ma personalmente non danneggerei mai gli interessi dei clienti, io e la mia società non risponderemmo a richieste di questo tipo”.
 

Ogni polemica, nel nuovo campus che Repubblica ha potuto visitare, sembra molto lontana. Legata, fondamentalmente, ai complessi equilibri commerciali e al ruolo di leader tecnologico del pianeta. Il complesso del lago Songshan si divide in quattro aree principali per un totale di 1,4 milioni di metri quadrati. Gli edifici, dalle torri delle piazze italiane all’eleganza dei borghi tedeschi, si mescolano in uno skyline straniante, dando vita a un panorama surreale. Si fatica infatti a pensare che lì dentro il gruppo da 100 miliardi di fatturato nel 2018 e quasi 7 di utile nel 2017 abbia deciso di collocare alcune divisioni strategiche del proprio business, compresa una parte di quella dedicata alla ricerca e allo sviluppo, oltre che al supporto alla logistica globale.
 
Iniziata nel 2014, la costruzione del maxicampus è costata qualcosa come 10 miliardi di yuan, circa 1,3 miliardi di euro. Gli oltre 25mila membri della grande famiglia Huawei, che ne conta 180mila in tutto il mondo, lavorano e (quelli che vogliono, dicono, a prezzi calmierati) vivono nei 108 silenziosissimi edifici. La pace si rompe solo alle 18, alla fine del turno di lavoro, quando un fiume di dipendenti si riversa sul treno che percorre quasi 8 chilometri (pure quello ispirato alle ferrovie svizzere) o negli shuttle che li riportano a casa. Ma perché la scelta di ricollegarsi all’Europa? Dall’azienda spiegano che ogni architettura è stata individuata per la sua capacità di comunicare certe sensazioni virtuose a cui ispirarsi nella pratica quotidiana: dalla ‘dolce vita’ italiana alla tranquillità di Friburgo passando per il mix di tradizioni e modernità di Heidelberg, la ricchezza culturale della Borgogna, l’accoglienza bolognese, la resilienza del Lussemburgo e così via.
 
Certo, per fare una sensazione e un’atmosfera ci vogliono le persone, ma Huawei ha scelto questo curioso e certo affascinante puzzle di epoche e repliche – che poi non sono repliche esatte ma ispirazioni e suggestioni architettoniche – per incarnare la sua filosofia collaborativa, il susseguirsi di fallimenti e successi, come d’altronde è altrettanto evidente nel vicino sito di produzione di Dongguan, dove le linee di macchinari – popolate da sempre meno esseri umani e sempre più robottini che sfrecciano in ogni direzione trasferendo quei gadget che presidiano le nostre tasche, sfornano uno smartphone ogni 28 secondi: per produrre uno dei modelli più avanzati, come il P20 presentato poco meno di un anno fa, ci vogliono circa 28 ore compresi i test di qualità ma, considerando la mole e il regime del lavoro, il ritmo è appunto quello di un pezzo ogni mezzo minuto. Comunque la si pensi, un record.

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Mario Calabresi
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