Chris Froome «Il quinto Tour e una vittoria a Tokyo 2020: l’eredità che voglio lasciare al ciclismo»


Chris Froome non lascia nulla al caso, nemmeno sui social media. Immatricolato da anni su Strava (il Facebook dei ciclisti), il quadruplo vincitore del Tour pubblica di rado i suoi allenamenti. Ma il 16 gennaio ha postato il tracciato di una pedalata disumana in Sudafrica (225 chilometri, 6.720 metri di dislivello) e due giorni fa una sgambata (si fa per dire) di 188 chilometri a 3.000 metri di quota, in Colombia, con una parte in sterrato in sella a una bici da crono. Lo scopo è chiaro: gridare al mondo che il padrone del ciclismo resta lui. Con sei grandi Giri conquistati, tra Froome e la leggenda manca solo il quinto trionfo al Tour che lo allineerebbe a Anquetil, Merckx, Hinault e Indurain.

Il Tour prima di tutto, Chris?
«Ne ho vinti quattro, ho l’età giusta (34 anni a maggio, ndr) per lasciare un’eredità. Vincere il quinto è il modo migliore per chiudere il cerchio».

Nel 2018 tentò la doppietta col Giro. In Italia trionfò, al Tour fu terzo dietro Thomas e Dumoulin. Rinuncia alla corsa rosa per risparmiare le forze?
«A una certa età bisogna cambiare programmi e dosare le energie. Per la prima volta ho deciso di fare uno stage di allenamento in Colombia (e una corsa a tappe) e poi di disputare Uae Tour, Catalogna, Yorkshire e Delfinato. Poche gare ma di qualità».

L’impresa al Giro sul Colle delle Finestre è stata classificata tra le più belle del ciclismo moderno.
«Una sfida prima, un’emozione enorme poi. Avevo una sola possibilità di recuperare lo svantaggio accumulato nella prime settimane, me la sono giocata in tre ore. Tutto o niente. Hanno contato determinazione, una squadra incredibile e tanta fortuna: se qualcuno avesse aiutato Dumoulin io non avrei vinto. Resterà la più bella impresa della mia carriera».

Le mancherà il Giro quest’anno?
«Enormemente. E soffrirò a guardarlo in tv. Il Giro è diverso da Vuelta e Tour. Sono venti grandi classiche di un giorno in fila. È imprevedibile, difficile da gestire, pieno di trappole, con un’ultima settimana brutale. Non lascerò il ciclismo senza correrlo di nuovo».

Sky ha designato come capitano Egan Bernal, un talento enorme. Ma ha solo 22 anni.
«Quando parli con Egan fatichi a credere che sia così giovane. Ha una maturità e una capacità di leggere la corsa incredibili. Per me può vincere al primo colpo».

Si parla anche della partecipazione di Geraint Thomas.
«Geraint ha il dente avvelenato dopo l’incidente che gli costò la maglia rosa due anni fa. E il percorso è perfetto per lui».

Un Thomas che arriva al Tour de France stanco dopo il Giro (o appagato per averlo vinto) potrebbe farle comodo.
(ride) «A Sky si corre sempre per la squadra. Lo scorso anno la vittoria di Geraint al Tour mi ha reso felicissimo».

Lei è già magrissimo a inizio stagione. Ma mangia?
«Mangio, mangio con attenzione alla qualità del cibo: molta frutta, proteine di qualità, alimenti biologici o organici. Ma, mi creda, sono un falso magro. Quando mi guardo allo specchio mi sento ridicolo: il corpo così sproporzionato, il busto scheletrico, le cosce grosse, i polpacci finissimi. Non mi sembra di essere un atleta».

A parte l’ossessione Tour, c’è qualcos’altro che vorrebbe vincere prima di lasciare?
«Una corsa in linea, una sola: la prova olimpica di Tokyo, che pare durissima. Dovrò cambiare programmi, ma ne varrà la pena».

Troverà sulla sua strada Vincenzo Nibali, con cui in passato ha avuto rapporti turbolenti.
«Cose di corsa: con Vincenzo ora siamo in buoni rapporti. È un grandissimo atleta. Quello che ha fatto l’anno scorso alla Sanremo o al Lombardia nel ciclismo non lo può fare nessun altro».

30 gennaio 2019 (modifica il 30 gennaio 2019 | 23:00)

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