Che vergogna infierire sui caduti dell’Rsi –


Pubblichiamo in questa pagina la lettera della nipote della medaglia d’oro al valor militare Carlo Borsani (1917-1945). Come altri caduti della Rsi è sepolto al campo X (come previsto dalla legge) del Cimitero Maggiore a Milano. Anche quest’anno Anpi è intervenuta presso il prefetto per evitare che vengano svolte commemorazioni, per paura di forzature ideologiche. Ma il rischio è quello di ledere il diritto dei famigliari di ricordare dei caduti.

Mi chiamo Benedetta Borsani, ho 46 anni, sono la figlia di Carlo Borsani Jr. e nipote di Carlo Borsani, Medaglia d’Oro al Valor Militare sepolto a Musocco al Campo 10 insieme a quasi mille uomini e donne, militari e civili assassinati all’indomani del 25 aprile 1945 per avere scelto dopo l’8 settembre di aderire alla Repubblica Sociale Italiana. Poeta, cieco di guerra mio nonno paterno venne ammazzato in piazzale Susa insieme ad un prete, Don Calcagno, il 29 aprile del 1945 da assassini che mai ebbero il coraggio di rivendicare le esecuzioni. Non solo: dopo averlo ucciso ne vilipesero la salma trasportandola su una carriola con la scritta ex-medaglia d’oro prima di gettarla al Musocco. Voglio anche ricordare – per chi non lo sapesse – che il Campo 10 è un Campo Militare, previsto dalla «Legge per i Caduti per ragioni di guerra» che rientra a pieno titolo tra i Campi militari tutelati da “Onorcaduti” del Ministero della Difesa e proprio per tale qualifica può avvalersi della cura del Comune di Milano. Ora, da sempre il 1° novembre per Ognissanti e il 28 aprile anniversario della fine della cosiddetta guerra civile del ’43-’45, andavamo ad onorare con una messa i nostri morti lì sepolti. Ricordo anche che lo fecero i Sindaci Gabriele Albertini (per 9 anni) e Letizia Moratti; il senatore Franco Servello; l’onorevole Ignazio La Russa e tantissimi altri, più o meno noti. Il tutto sempre senza che mai ci fossero quei disordini di cui oggi tanto si teme fino ad impedirne ogni cerimonia di ricordo. Peggio: si è arrivati anche ad essere fotografati durante l’anno da sconosciuti solo per essere andati a pregare sulle loro tombe. Possibile che più passi il tempo e più si indurisca la censura anche solo per una preghiera? Ho l’impressione che la vera paura sia che venga fatta luce – storicamente parlando – sulla morte che fecero.

Gentile Benedetta Borsani, non aggiungo una parola sul suo vergognoso caso: Lei è chiarissima e giustamente chiede di poter pregare davanti alla lapide di suo nonno, assassinato per aver aderito alla Repubblica di Salò. Impedirle di farlo in tutta tranquillità è una cattiveria indegna di un Paese civile. Chi fosse Carlo Borsani è spiegato in questa pagina da Luciano Garibaldi. Ma la sua lettera coglie alla perfezione anche lo spirito dei tempi. Rispetto a qualche anno fa, è più difficile parlare di fascismo e antifascismo in termini storici, e tutti i passi fatto in direzione di una riconciliazione sono stati cancellati. C’è chi vuole abbattere i simboli del regime, c’è chi nega l’esistenza una architettura fascista, c’è chi pensa, contro ogni evidenza, che il Regime non abbia prodotto cultura. Questo atteggiamento non è un’esclusiva italiana. La Spagna vuole rimuovere la memoria del Franchismo. Negli Stati Uniti è ricominciata la guerra civile (in miniatura) attorno agli eroi del Sud. Questo odio proiettato nel passato è il frutto del politicamente corretto, una ideologia che in ultima analisi porta divisione e riapre ferite dolorosissime. Chi era dalla parte sbagliata della Storia, secondo le regole del vecchio e del nuovo conformismo, va annientato.

Vanno bene tutti i modi: silenziosa censura, esclusione, leggi ad hoc. Guardate i cataloghi dei grandi editori: negli anni ’50 e ’60 pubblicavano i grandi scrittori di destra, da Drieu la Rochelle a Roger Nimier e tanti altri. Dopo il 1968 sono letteralmente spariti e solo oggi sono in aria di riscoperta. Lei, Benedetta, si chiede: «Possibile che più passi il tempo e più si indurisca la censura anche solo per una preghiera?». La risposta è affermativa, purtroppo. Ogni giorno assistiamo allo scempio del passato. C’è chi vuole rifondare l’antifascismo senza neppure chiedersi cosa sia stato l’antifascismo italiano. Quello dominante fu antifascista, appunto, ma non anticomunista. Per iscriversi tra i devoti della democrazia liberale servono entrambi i requisiti. Ma questi nuovi antifascisti della domenica non sembrano preoccupati da questo «dettaglio». C’è da chiedersi perché l’antifascismo sia tornato a essere un’ossessione della sinistra proprio ora che di fascisti, in giro, se ne vedono pochissimi. Tramontato il socialismo reale e anche quello teorico, alla sinistra resta un solo punto fermo: non ricascare nel fascismo. Di conseguenza, c’è un bisogno costante di nuovi fascisti, quasi sempre immaginari. Un libro molto bello, La strana morte dell’Europa (Neri Pozza) di Douglas Murray, spiega bene questo meccanismo: «Più ci si allontana nel tempo dal fascismo e meno fascisti ci sono in giro, più i sedicenti antifascisti hanno bisogno di fascismo per poter mantenere una qualche sembianza di virtù o senso politico. E così si è dimostrato politicamente utile definire chi fascista non è e definire razzista chi razzista non è». Naturalmente chi accusa rischia nulla, a differenza dell’accusato che paga un prezzo altissimo. La Sua lettera, Benedetta, ci aiuta a capire quanto sia sbagliata e dolorosa la strada che la nostra società percorrere senza rendersi conto che di questo passo non ci sarà alcun motivo per definirci tutti quanti italiani. O è questo che vuole la sinistra?


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