Champions League 2019, via ai quarti: ed ecco perché porteranno alla finale Juventus-Barcellona


In effetti, sembrerebbe proprio cos. La tesi diffusa- nel brusio latente- su una finale Juventus-Barcellona sembrerebbe fotografare l’attrazione gravitazionale tra due corpi celesti maggiori” in grado di spazzare via le masse intermedie di corpi minori. Del resto, sarebbero troppi i motivi intriganti, anche per spettatori terzi: la rivincita di Berlino 2015 (persa dalla Juve nello stretto range temporale tra un rigore possibile su Pogba e uno strappo-monstre di Messi); la terza finale di Allegri (che ne ha gi perse due, come Klopp e Simeone); e soprattutto il redde rationem, la sfida finale tra CR7 e Messi, tra la possibilit per la Pulce di pareggiare il rivale nel numero di Champions e quella del portoghese di esercitare un break definitivo (per ora siamo 5-4), a quel punto forse anche a livello di Pallone d’oro (5-5).

Il fattore campionato/Coppa

La percezione in campo lungo di questa attrazione-gravitazione fatale si appoggia su un paio di argomenti tutt’altro che vaghi, anzi molto razionali. Il primo, di una concretezza brutale, il diverso rapporto campionato/Champions tra Juve e Bara da una parte e gli altri sei team dall’altra. La Juve ha vinto lo scudetto addirittura da mesi, e tra andata e ritorno con gli ajacidi potrebbe ratificarlo; il Bara ha di fatto archiviato la Liga (salvo svolte improbabili) col 2-0 di sabato al Camp Nou sull’Atletico (ora a 11 punti). Un privilegio (una possibilit di investire in modo quasi esclusivo sulla Champions) interdetta alle altre. Porto e Ajax sono all’acme del braccio di ferro: il Porto col Benfica, (69 punti a testa, identico rapporto di vittorie, pareggi e sconfitte: 22-3-3), l’Ajax col Psv (anche qui stessi punti, 71, con vantaggio ajacide nella dirimente differenza-reti). Ma la vera variabile sono le quattro inglesi. Non si tratta tanto (o non solo) dell’evidenza contingente: la corrosiva volata in fotofinish tra City e Liverpool per il titolo, quella tra Tottenham e United (con Chelsea e Arsenal) per i posti-Champions.

Lo stato d’eccezione della Premier

Si tratta dello stato d’eccezione della Premier, su cui abbiamo scritto tane volte. uno stato d’eccezione ambivalente, con un dritto e un rovescio su diversi livelli. In generale, la Premier altamente allenante, ancora pi negli ultimi anni, col suo vertice di sei-sette team come un comparto di Nba che rende l’esito finale incerto e contendibile come pochi; ma – nello stesso tempo – il pi disperatamente usurante, sia per gli effetti in lungo termine di quella pressione competitiva, sia per calendari disumani ( specie nella strettoia natalizia) con folli concentrazioni tra la Premier e le due Coppe (nazionale e di Lega). Calendari e concentrazioni decisivi nel far battere in testa i motori di tanti team in primavera, e tra le concause occulte (troppo poco considerate) di Mondiali e Europei sottotono della Nazionale inglese.

Lo stile di gioco

Nel particolare, invece, incide un’altra ambivalenza, quella dello stile di gioco, che col suo anteporre il flusso al presidio (continuit d’azione, grande ritmo, poche interruzioni) costituisce uno dei segreti del fascino ipnotico del torneo, ma che implica a sua volta due effetti collaterali: un supplemento di usura (cui contribuiscono anche terreni spesso pesantissimi) e la difficolt ad adattare quel calcio rugbistico a quello continentale: lo sa bene Guardiola, che prima ha impiegato pi di un anno a modulare il suo gioco su quello della Premier (palle lunghe/alte, attacchi alla respinta e cross a ripetizione) e poi ha dovuto riadattarsi alla Champions (vedi il disagio, quest’anno, con la sapienza e il cinismo del Lione).

Le partite in pi

A tutto questo si aggiungono le differenze attuali team per team. Tottenham e United sembrano non possedere stazza e/o maturit sufficienti per la vittoria finale: gli Spurs e in particolare Pochettino devono sfuggire alo stigma – velenosamente sottolineato da Mourinho – degli zero titoli (nonostante un gioco di euritmia cartesiana tra i pi seducenti in circolazione); mentre i Red Devils hanno ritrovato proprio nel post-Mourinho assetto e compattezza tattico-psicologica, ma il sorridente Solskjaer solo all’inizio di una lunga (ri)costruzione. Quanto a Liverpool e City – che invece avrebbero tutto per arrivare in vetta – stanno seguendo stagioni molto diverse. I Reds – dopo il ko traumatico di Kiev col Real in finale Champions 2018 – hanno lavorato chirurgicamente sulla difesa sia col mercato (dopo Van Dijk, Alisson al posto dello svampito Karius) sia con meccanismi sempre pi mirati di protezione e inibizione della ripartenza avversaria. Da agosto dell’anno scorso, l’ordine di scuderia (di societ) ha impartito gerarchie ferree di opzione: Premier su tutto (da vincere a ogni costo), Champions in seconda battuta, Coppe vuoti a perdere. Infatti i Reds sono usciti in Coppa di Lega subito (a settembre col Chelsea) e in Coppa d’Inghilterra a inizio 2019 (7 gennaio coi Wolves).
Il City, invece – dopo il torneo-monstre dei 100 punti, con tutti i blowback di scorie e saziet che comporta – non ha stabilito priorit, vincendo la Coppa di Lega (col Chelsea il 24 febbraio) e andando in finale della FA (18 maggio col Watford). Morale: 9 (nove!) partite in pi finora, un’enormit, cui si aggiunge un calendario spesso pi favorevole ai Reds nello spaziare le partite (vedi anche l’ultimo weekend, con anticipo al venerd), tanto che il Pep se n’ tiepidamente lamentato. Certo, il City ha rosa profondissima: ma quella dei Reds non da meno, e pi partite equivale a pi infortuni, con le conseguenze del caso. E se qualche realista pu eccepire sul mix tra stakanovismo da brand dell’emirato qatariota e idealismo agonistico del Pep (avrebbero potuto farsi eliminare anche loro), ci non toglie che l’anno del City – comunque finisca il triplice incontro ravvicinato con gli Spurs in pochi giorni, il doppio di Champions pi la Premier – sia in ogni caso fuori parametro.
Per qualcuno (per esempio Dan Peterson) questo rapporto vantaggioso tra campionato e Champions potrebbe rivelare a sua volta un rischio, l’unfamiliar con avversari d’eccellenza quando l’asticella non tenuta costantemente alta. alta. C’ in parte del vero, ma la replica facile: non a questo rapporto di intensit/frequenza, tanto che i triplete – per dire – sono eventi rari come certi allineamenti astronomici.

I pi e i meno di Juve e Bara

E comunque – e qui arriviamo al secondo punto – anche senza questo vantaggio oggettivo Juve e Bara avrebbero ugualmente pi chance delle altre. La ragione riguarda la completezza dei due team: l’equilibrio tra tasso tecnico medio, forza fisico-atletica, esperienza (che si traduce in maturit psicologica a livello individuale e di squadra), resistenza/resilienza alla difficolt e proprio all’alzarsi della posta in palio. Anche se tutte e due – guardando alla stagione e al momento in corso – hanno molte certezze e qualche incognita.
La Juve di quest’anno (la Allegri 5) ha dovuto affrontare, tra gli altri, due mutamenti strutturali: il definitivo dimezzamento della 3B-C (Buffon-Barzagli-Bonucci-Chiellini) e il nuovo assetto offensivo con l’inserimento di CR7. Il primo stato risolto dal tecnico, pi che coi nuovi inserti, con un ulteriore affinamento dei movimenti difensivi di squadra; eppure – vedi il 3-0 subito a Bergamo nei quarti di Coppa Italia, con dietro il solo Chiellini che poi esce per infortunio alla mezz’ora – la squadra non ha ancora superato del tutto la dipendenza dai suoi fuoriclasse. Il secondo ridisegnamento – la fase offensiva – ha a lungo sofferto uno di quei problemi subdoli perch asintomatici, che rischiano poi di mostrare il conto di colpo: l’assenza di una vera prima punta (Mandzukic, grande polivalente, non lo , o non lo pi). Le varie Juve di Allegri ne hanno infatti sempre avuta una (seppure molto diversa), da Tevez a Higuain; e CR7, a rovescio, ne ha a sua volta sempre avuta una a fianco al Real (lo stesso Higuain, Benzema, etc. etc.). In un campionato senza storia una simile sfasatura non ha pesato (la Juve ha il miglior attacco, 64 fatte, oltre alla miglior difesa, 20 subite); ma in Champions s (solo 9 segnate prima del ritorno con l’Atletico e la riemersione di CR7). In quest’ottica, l’aver tenuto Kean – merito del tecnico e di Chiellini – pu essere il fattore-K risolutivo di tutta l’ultima fase.
Nel Bara, a sua volta, il tecnico Valverde ha rinsaldato il suo ambientamento arrivando a una quadratura tra filosofia blaugrana (lui stesso ha giocato alla corte di Cruyff) e il pragmatismo appreso all’Espanyol di Javier Clemente. Quest’anno, per, a incidenza offensiva pressoch invariata (80 gol gi fatti in Liga contro i 99 complessivi dello scorso), corrisponde un notevole infragilimento difensivo (31 gol subiti, contro i 15 – meno della met – alla stessa giornata del 2018). una vulnerabilit – come ha mostrato Filippo Maia Ricci sulla Gazzetta – che dipende sia dalle assenze dei singoli (Piqu su tutti), sia dall’iper-sensibilit che la squadra rivela davanti a team schierati col 5-3-2 (tutti quelli che l’hanno battuta quest’anno pi la Roma l’anno scorso), dovuta, forse, all’incapacit strutturale di contrastare un aumento di densit centrale, sia in ampiezza che in profondit. Lo score di Champions resta esaltante (5 vittorie e 3 pareggi, 19 gol fatti, 6 subiti); ma questa e altre incognite – su tutti, gli estri del Pistolero Suarez – potrebbero frenare la gravitazione del Bara verso la finale.

9 aprile 2019 (modifica il 9 aprile 2019 | 11:43)

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