Casagrande: «Il mio idolo è Ronaldo ma il Torino è l’amore: deve sognare in grande»


Dalla democrazia corinthiana a quella granata, il calcio di Walter Casagrande era selvaggio e sentimentale. Oggi, passata la tempesta di demoni e droghe che hanno rischiato di ucciderlo, l’ex attaccante brasiliano è un uomo nuovo. Che ama il Torino più di ogni altra squadra, ma ha una passione per Cristiano Ronaldo. Semplicemente «il migliore del mondo».

Casagrande, il derby per lei che cosa vuol dire?

«Il primo pensiero è legato a Mondonico. Alla sua capacità di fare gruppo, alla sua forza di volontà, alla mitica sedia levata al cielo di Amsterdam. E certo, penso anche alla doppietta nel derby del ’92, che fu decisiva per battere la Juve davanti a Henry Kissinger, che era ospite dell’Avvocato. Due assist di Martin Vazquez, anche se il secondo in verità fu deviato da Tacconi. Momenti indimenticabili, ma che possono tornare».

«La Juve è super favorita, può vincere la Champions, ma il derby è una gara secca, in cui niente è impossibile. E poi il Torino è tornato nelle parti nobili della classifica e deve crederci. Sia nella vittoria contro la Juve, sia nel ritorno in Europa. In Brasile, dopo la tragedia della Chapecoense si è parlato molto del Grande Torino: nessuno al mondo dimentica la grandezza di questo club».

La serie A è tornata popolare anche in Brasile?

«Sì, l’arrivo di Ronaldo è stato fondamentale per ripartire: la Nazionale senza Mondiale è stato forse il punto più basso per l’Italia, ma adesso anche grazie a CR7 tutto il sistema deve crescere».

La differenza, non solo col Toro, ma con tutti, non rischia però di essere troppa?

«È vero, ma è vero anche che questo costringe tutti gli altri ad alzare l’asticella. Cristiano e Messi fanno ancora la differenza e sono unici, però come stile mi piace di più Ronaldo, anche per la sua storia non facile, per la grande determinazione che ha sempre avuto. Lo ammiro molto e adesso che è a Torino gli spedisco una copia del mio libro “Casagrande e i suoi demoni”, perché anche lui possa conoscere la mia storia».

Abissi e rinascite. La trama è questa?

«Sì, fumo, alcol, droghe di ogni tipo. Ho riempito il vuoto che mi ha lasciato il calcio con la dipendenza chimica e ho rischiato di morire. Sono stato salvato dai miei figli, uno dei quali è nato proprio a Torino, e adesso il mio libro è adottato nelle università brasiliane. Io stesso tengo lezioni a centinaia di persone sulla prevenzione e sulle dipendenze, ho anche istituito una borsa di studio per l’università di Oxford. Faccio il commentatore di calcio, vado in palestra tutti i giorni, sono sobrio da anni, sono seguito dallo psicologo: sono orgoglioso del mio percorso, ma guai ad abbassare la guardia contro i vecchi demoni».

Cosa le manca degli anni in cui giocava?

«Nel calcio giocato non ho rimpianti, anzi. Il Torino è stata una delle scelte più importanti di tutta la mia carriera ed è l’unica squadra per la quale faccio ancora il tifo. Perché il rapporto che la lega la squadra alla città è qualcosa di differente, unico. Proprio per questo non sarei mai riuscito a giocare nella Juve».

E fuori dal campo, c’è qualcosa che rimpiange?

«La partecipazione. Quella che abbiamo vissuto al Corinthias. Socrates col suo esempio è stato molto importante per me. E il messaggio di tranquillità, pace, gioia, amore e tolleranza, contro ogni razzismo è ancora valido. Anzi, lo è oggi più che mai».

Eravate più intelligenti dei calciatori di oggi?

«Non credo, ma sicuramente eravamo differenti. Guadagnavamo meno soldi ed eravamo più attenti a quello che accadeva nel mondo reale. Penso anche a giocatori come Gullit o Cantona, con la loro personalità, le loro idee e il coraggio di comunicarle. Eppure oggi la visibilità coi social network è aumentata a dismisura: i giocatori possono essere un veicolo enorme per il messaggio di un mondo migliore. Basta volerlo».

15 dicembre 2018 (modifica il 15 dicembre 2018 | 11:44)

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