Carlos Delfino: «I miei figli mi chiedevano: ma papà tu giochi ancora? Sette interventi e resisto…»


Ha 36 anni, 7 operazioni alle spalle e l’entusiasmo di un ragazzo. «Coach Brown ogni tanto mi chiede: come va il motore? Io non so quanto tempo andrò avanti, se uno, due, tre anni. Un mese. Non lo so. Io mi diverto con il basket, e fino a quando mi divertirò e mi sentirò utile alla squadra, continuerò a giocare. E a cercare di migliorarmi».

Ci sono storie che vanno al di là di un canestro, di una medaglia d’oro olimpica, di un posto da protagonista tra i fenomeni della Nba: quella di Carlos Delfino, classe 1982, argentino di Santa Fé, ala dell’Auxilium Torino, è la storia dell’uomo che visse due volte, del giocatore che dopo una schiacciata in testa a Kevin Durant si fermò per 3 lunghissimi anni. «Ed ero nel momento migliore della mia carriera, una squadra che mi si adattava come un vestito su misura, un compagno come James Harden con cui non potevi che giocare bene».

In un’intervista in tv, Diego Maradona scelse la canottiera di Delfino gettando alle sue spalle quella autografata di Michael Jordan. Giusto per capire.

La vita del giocatore che aveva avuto tutto cambiò il 29 aprile 2013, gara 4 di playoff tra Houston Rockets e Oklahoma City Thunder: con una magia Delfino rubò palla a Kevin Martin, se ne andò in contropiede e schiacciò in faccia a Durant, costretto a commettere fallo per cercare di fermarlo. Ricadendo, Delfino avvertì un dolorino al piede destro, ma al momento non ci fece troppo caso. Due giorni dopo, il bollettino dei Rockets: «Delfino è in dubbio per la prossima partita». Lo stop sarebbe stato lungo 1.173 giorni.

«La verità è che ero già infortunato, ma prima dei playoff in Nba non dici mai che cosa hai davvero. Dopo quella caduta dopo la schiacciata, mi sono reso conto che mi ero fatto male. Camminando non sentivo alcun dolore, il problema c’era quando provavo a spingere. In conferenza stampa scherzando dissi: “vabbe’, se questa dovesse essere l’ultima giocata della mia carriera, sarà pur sempre una schiacciata su Durant”. Ridevo».

Poi i sorrisi lasciarono spazio all’angoscia. «Il primo intervento, niente. Il secondo, niente. Il terzo. Il quarto lo feci solo per poter giocare con i miei bimbi in giardino. Cominciavo a pensare: quella della schiacciata su Durant era una battuta, ma intanto i miei figli crescevano e mi chiedevano se io davvero giocavo a basket».

Un calvario. «Dopo il quarto intervento ho pensato: mollo. Poi a farmi cambiare idea è stata mia nonna. Stava morendo, l’ultima volta che mi ha riconosciuto mi guardò e disse: “Sei ingrassato, Carlos”. Non sto giocando, nonna, risposi. E lei: “Quando mi rimetto in piedi usciamo a correre”. Morì 10 giorni dopo. Qualcosa scattò dentro di me. Mi sono detto: sarò io a decidere come e quando chiudere la mia carriera, non un infortunio».

Arrivarono il quinto e il sesto intervento, arrivarono le visite dalla stregona, le cure con il reiki («dicevano di poter togliere le energie negative guardando la mia foto, in certe situazioni le provi tutte»), poi a Bologna l’intervento risolutivo del professor Giannini, ottantenne luminare bolognese: «In pratica mi ha riconfigurato un piede che non era più pronto a correre». Cellule staminali e tessuti biologici ricreati in laboratorio. E un pezzo di osso tolto perché ormai «inutile».

Nel 2016 Carlos Delfino poteva camminare e correre senza più sentire dolore. Non aveva squadra ovviamente. «E mi arrivò il regalo più grande: la chiamata di coach Sergio Hernandez». Il c.t. dell’Argentina. «Mi telefonò durante la finale di Coppa America di calcio, io stavo davanti alla tv. “Carlos, stai guardando la partita?”. Certo, coach… “A me del calcio non frega nulla. Che ne diresti di venire in ritiro con la Nazionale?”».

Con quella Nazionale, Delfino aveva conquistato l’oro ad Atene 2004. Era l’Argentina di Manu Ginobili, di Luis Scola, del Chapu Nocioni. La Generacion Dorada. «Un gruppo irripetibile. In Argentina ci hanno eletti a squadra più bella della storia, più di qualsiasi squadra di calcio. Ci portavamo da casa le macchine per le terapie perché la federazione non aveva i mezzi. Una volta Paulo Maccari, il cugino di Ginobili che ci portavamo in gran segreto come osteopata, guarì in una notte una distorsione alla caviglia di Nocioni trattandogliela con un aspirapolvere».

Quella Nazionale aprì le porte a un ex ex giocatore: «Mi ritrovai a marcare Manu, e fino al giorno prima giocavo con mio figlio di 4 anni». E si ritrovò a giocare l’Olimpiade di Rio nel passo d’addio della Generacion Dorada. Il redivivo era tornato.

Oggi cerca di togliere dai guai la Fiat Torino, 15 punti suoi non sono bastati ieri per evitare la sconfitta contro Varese. Ma Delfino non è pentito della scelta: a muoverlo sono le emozioni. «Per questo ho accettato la proposta di coach Brown, il mio primo allenatore in Nba. Mia moglie è italiana, i miei figli sono italiani, la mia carriera è decollata a Reggio Calabria e a Bologna. È stata la scelta più semplice del mondo».

E il piede? «All’inizio avevo paura, arrivavi a pensare: ho il mal di testa, sarà colpa del piede? La cosa più brutta è la domanda che ti fanno tutti: “Carlos come va? Tutto bene? E il piede?”. Non rispondo più. Meno ne parlo, meno ci penso. E quando in precampionato ho avuto un infortunio muscolare mi sono detto: che bello, posso avere un problemino senza che il piede c’entri nulla. Sono troppo giovane per smettere».

16 dicembre 2018 (modifica il 16 dicembre 2018 | 22:16)

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