Cantù e il mistero del coach scomparso: la guerra fredda ritorna in Brianza


Come nelle migliori spy story degli Anni 80, da una parte i russi, dall’altra gli americani. In mezzo, territorio di conquista, la piccola Cantù, Brianza velenosa (come avrebbe cantato Lucio Battisti) e una squadra di basket che un tempo ha segnato la storia della palla a spicchi in Europa ma oggi si dibatte fra debiti, proprietari avventurieri e un futuro ancora piuttosto nebuloso.

Accade che il club che fino a qualche tempo fa era proprietà di Dmitry Gerasimenko, spericolato imprenditore che aveva acquistato la maggioranza delle quote con la segreta – ma non troppo – speranza di poter anche disputare qualche partita come giocatore (nell’altra squadra di sua proprietà, il Volgogradskij Metallurgiceskij Kombinat Krasnyj Oktjabr, lo aveva fatto), oltre che naturalmente di fare quattrini con la costruzione di un nuovo palasport, si ritrovi con abbondanti problemi finanziari, e questo già si sapeva, ma anche con un allenatore in meno.

L’allenatore, russo naturalmente, si chiama Evgeny Pashutin, 49 anni e un curriculum di tutto rispetto. Formalmente scelto dalla signora Irina Gerasimenko (il marito aveva già mollato la presidenza per preoccuparsi di qualche pendenza economica privata, legata a un’acciaieria che molti dollari gli aveva portato ma che in Russia era finita sotto sequestro, e ci sarebbe da chiedersi il perché), Pashutin con sano pragmatismo si era occupato di una squadra a trazione americana, passando da un periodo complicato a una serie di 4 vittorie nelle ultime 5 partite, culminata in uno spettacolare successo domenica scorsa sul campo dei vicecampioni d’Italia di Trento.

Ora, gli americani a Cantù non stanno solo in campo. Esiste anche una cordata targata Usa che sta trattando per rilevare una società, la gloriosa Pallacanestro Cantù, che si trova in un qualche guaio economico. Già, perché nel frattempo Gerasimenko, a ottobre 2018, si era definitivamente fatto da parte. «Cari amici di Pallacanestro Cantù – spiegò in un comunicato l’ineffabile Dmitry – sono stato di fatto espropriato della mia fabbrica russa da alcuni esponenti governativi della regione di Volgograd e della sua Agenzia delle entrate attraverso la formula del fallimento. Non posso più mantenere la società di basket e metterò sul mercato la mia partecipazione a costo zero per il bene del club». Naturalmente, quando la trattativa con la cordata americana è cominciata, il costo zero è cominciato a lievitare.

Spiegazione necessaria per capire che cosa è successo al ruvido Pashutin. L’allenatore di Cantù il martedì va a pranzo con lo staff, come da tradizione settimanale, e – crepi l’avarizia – offre per tutti. Il pomeriggio si presenta regolarmente in palestra. Poi scompare, come nelle migliori spy story appunto. Ricompare il mercoledì sera sulla panchina dell’Avtodov Saratov, club russo, debuttando in una partita di Fiba Europe Cup contro il Leiden. Ma come, dicono a Cantù, Pashutin ha un contratto con noi! Non può allenare da un’altra parte, va squalificato. Pashutin, che è tutt’altro che fesso, questo lo sa. Il che significa che qualcuno ha firmato il nulla osta al trasferimento. Resta da capire chi. Potrebbe essere stato lo stesso Gerasimenko, esiliato a Cipro per i motivi di cui sopra, ma poiché l’ex presidente non ha più potere di firma, il passaggio dell’allenatore dalla panchina di Cantù a quella di Saratov non sarebbe valido (non che Dmitry sia tipo da farsi problemi del genere). Oppure la firma è dell’a.d. Roman Popov, che nega ogni addebito ma che, come è facile intuire, è stato sistemato in quella posizione da Gerasimenko per gestire il trapasso (si spera non finale) della società.

Lo scenario: Gerasimenko ha chiamato Pashutin e gli ha consigliato: “vai all’Avtodov, ci penso io”. Così facendo ha fatto un dispettuccio agli americani, che si ritrovano a dover correre per chiudere l’operazione. Perché? Perché quel che resta di Cantù è corsa ai ripari promuovendo capo allenatore il vice Nicola Brienza. Ma il tesseramento di Brienza è piuttosto complicato: domenica il nuovo coach potrò stare in panchina con il vecchio contratto da assistente perché il regolamento permette la sostituzione dell’head coach in tre casi: squalifica, malattia, assenza senza permesso (e quest’ultimo corrisponde alla situazione di Pashutin). Ma la deroga dura lo spazio di una partita, poi bisogna adeguare il contratto del vice a capo allenatore. E che problema c’è? C’è eccome, perché Cantù in questo momento non può effettuare operazioni di mercato, compreso l’adeguamento contrattuale di un vice allenatore promosso a capo: il club dovrà prima saldare i propri debiti più immediati, quattro lodi esecutivi (poco più di 20 mila euro in totale, in verità) per i quali il Consiglio federale venerdì scorso ha dichiarato lo stato di morosità del club. Senza quei pagamenti, tra una settimana Cantù si troverà senza allenatore in panchina e con il capitano, Udanoh, costretto a chiamare cambi e time out. E a giocare, naturalmente.

Un dispetto in piena regola. Chi pagherà quei 20.000 euro? Gli americani? Impossibile, non sono ancora proprietari del club. Il russo? Improbabile, nemmeno lui è più proprietario e soprattutto sembra lui l’architetto di questa operazione di retrovia. Intanto Pashutin se la gode in Russia, Gerasimenko tiene le fila da Cipro e la cordata americana si chiede come fare a trovare un accordo velocemente. E la povera Cantù? Come al solito paga. Fino alla prossima puntata.

31 gennaio 2019 (modifica il 31 gennaio 2019 | 12:23)

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