Cantieri fermi: il governo dirotta 1,8 miliardi per la crisi delle costruzioni


Qualcuno malignamente la definisce la più grande crisi di sistema in questo momento in Italia. Il settore delle costruzioni è al collasso. Le più importanti imprese del Paese — da Astaldi a Condotte, da Trevi al gruppo cooperativo Cmc — sono in grossa difficoltà o addirittura in stato pre-fallimentare. Il disallineamento dei flussi di cassa tra le risorse pubbliche destinate alle opere e gli investimenti dei privati per eseguirle — dettato anche dai ritardi con cui le amministrazioni danno il via libera all’esecuzione delle gare — sta mettendo in ginocchio l’intero comparto. Se si esclude Salini-Impregilo, il primo general contractor per dimensioni e non a caso visto come alfiere di un possibile consolidamento, il quadro è nero e sta manifestando pesanti ripercussioni sociali con i sindacati edili in stato di perenne agitazione tra concordati preventivi e società in amministrazione straordinaria. Appesantendo anche i bilanci delle banche esposte complessivamente per oltre 4 miliardi con il rischio di mancati rimborsi nei prestiti.

L’ultima avvisaglia è la più inquietante. Il governo Conte ha deciso di tagliare 1,8 miliardi all’Anas per investimenti in infrastrutture stradali previsti per l’anno prossimo spostandoli all’anno successivo. La motivazione è sorprendente: i cantieri sono fermi praticamente ovunque e non ha senso usarli per l’anno a venire nonostante si tratti di risorse già inserite nell’ultimo contratto di programma dell’Anas alle prese con l’azzeramento del consiglio di amministrazione e le dimissioni dell’amministratore delegato Gianni Vittorio Armani. Le imprese committenti non riescono a proseguire i lavori come prestabilito per mancanza di liquidità arrestando inevitabilmente anche l’attività delle aziende in sub-appalto. Il ristorno pubblico agli stati di avanzamento delle opere spesso avviene con ritardi di 6-9 mesi e le aziende si trovano con l’acqua alla gola anche per colpa degli errori dei manager che hanno fatto il passo più lungo della gamba. Ecco perché l’esecutivo ha deciso di rimodulare questi finanziamenti, spostando di un anno la messa a valle delle risorse perché la domanda sta battendo in ritirata.

Per gli investimenti dell’Anas erano stanziati nell’ultima legge di Bilancio 2018 oltre 3 miliardi di euro e a legislazione vigente altri 2,35 miliardi nel 2019 e 2,35 nel 2020. La legge di Stabilità in arrivo in Parlamento prevede invece di tagliare 1,827 miliardi dal 2019, riducendo i nuovi fondi per il prossimo anno a 538 milioni riattivando i finanziamenti tra il 2020 (1,712 miliardi) e il 2021 (114 milioni). Non proprio un bel segnale per il governo che nella nota di aggiornamento al Def ha messo nero su bianco un vasto piano infrastrutturale per 150 miliardi di euro nei prossimi 15 anni. Anche l’Anas si sta adeguando. Sta risolvendo contratti di appalto con le imprese per 600 milioni di euro. Fonti vicine al dossier registrano una concausa decisiva. I processi autorizzativi per le nuove opere sono stati lentissimi. Il contratto di programma 2016-2020 dell’Anas è slittato per quasi due anni a causa del lungo braccio di ferro tra il ministero delle Infrastrutture e quello delle Finanze sulle regole per il calcolo del «corrispettivo». Senza contare che ogni opera deve essere approvata dal Cipe, il Comitato interministeriale per la programmazione economica alle dipendenze di Palazzo Chigi.

9 novembre 2018 (modifica il 12 novembre 2018 | 18:28)

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