Buti: «Abbiamo approvato i numeri, non i contenuti della manovra»


Fiorentino, dottorato a Oxford, Marco Buti è da dieci anni direttore generale della Direzione generale per gli Affari economici e finanziari della Commissione europea. È l’italiano più influente nell’amministrazione di Bruxelles. Durante il confronto fra il governo italiano e l’Unione europea sulla legge di Bilancio del prossimo anno, Buti ha avuto un ruolo di primissimo piano: non sulle scelte politiche (che spettano ai commissari europei) ma sulle compatibilità tecniche ed economiche delle decisioni.

Caro Direttore,
molto è stato detto e scritto in questi giorni sulla legge di Bilancio e il maxi-emendamento presentato dal Governo al Senato ed ora in discussione alla Camera.

Soprattutto molto si è scritto sul ruolo che la Commissione europea avrebbe svolto nella definizione della manovra, per contenuti e modalità.

Ritengo quindi utile e doveroso ricordare dove iniziano e finiscono le competenze della Commissione e chiarire quanto avvenuto negli ultimi mesi tra Roma e Bruxelles.

I contenuti

Così come per tutti i Paesi della zona euro, l’esame autunnale del progetto di legge di Bilancio dell’Italia è stato volto a verificare se i saldi pianificati dal Governo fossero compatibili con le regole condivise del Patto di Stabilità e
Crescita e con le raccomandazioni che il Consiglio dell’Unione Europea, con il sostegno unanime degli Stati membri, il 13 luglio aveva indirizzato all’Italia.

Sin da subito è emerso che un disavanzo pianificato (nella Nota di Aggiornamento e nel progetto di legge di Bilancio) al 2,4% del Pil, con un aumento del deficit strutturale programmato (cioè al netto degli effetti del ciclo e delle una tantum) dello 0,8% del Pil, costituisse una grave inosservanza delle regole comuni e delle raccomandazioni rivolte all’Italia. Se non corretta, ciò avrebbe giustificato l’apertura di una Procedura per deficit eccessivo a causa della mancata riduzione a ritmo sufficiente del debito pubblico.

Compete alla Commissione sorvegliare i saldi di bilancio dei Paesi dell’Unione, in modo da prevenire e, se necessario, correggere disavanzi eccessivi. Invece, la composizione del bilancio (cioè le specifiche misure della manovra) resta sotto la responsabilità dei Paesi e dei rispettivi Parlamenti nazionali. L’Italia non costituisce un’eccezione in tal senso.

La Commissione si è limitata in questi mesi, ed infine nelle ultime settimane, a individuare un obiettivo di disavanzo che potesse essere considerato (anche grazie all’utilizzo di clausole di flessibilità) «accettabile». Come arrivare a garantire tale saldo è, e rimane, competenza dell’Italia, del Governo che ha presentato il maxi-emendamento, del Parlamento che lo vota. La Commissione non ha avuto alcun ruolo nella definizione delle specifiche misure della manovra, né tantomeno sulla loro qualità.

Resta tuttavia vero il parere adottato il 21 novembre dalla Commissione sul progetto rivisto di legge di Bilancio che aveva chiaramente indicato come le misure incluse per il 2019 comportassero un arretramento nel processo di riforma intrapreso in linea con le raccomandazioni specifiche per Paese indirizzate all’Italia nell’ambito del cosiddetto Semestre europeo, e come non ci fossero misure adeguate per affrontare la stagnazione a lungo termine della produttività.

Questo giudizio sul contenuto delle misure rimane tuttora globalmente valido. Tuttavia, tale conclusione non è sufficiente a giustificare l’apertura di una Procedura per deficit eccessivo.

Le clausole di salvaguardia

Un secondo argomento che ha attratto molta attenzione nel dibattito di questi giorni è il ricorso a onerose clausole di salvaguardia per il 2020 e il 2021. Anche su questo, mi sembrano necessarie due precisazioni :

i) così come per tutti gli altri paesi della zona dell’euro, l’esame del progetto di legge di Bilancio da parte della Commissione si è limitato esclusivamente al 2019, senza alcuna valutazione o «via libera» sui saldi previsti per il 2020 e 2021. I piani per gli anni a venire saranno esaminati solo in primavera con la presentazione del Programma di Stabilità che conterrà gli obiettivi pluriennali di finanza pubblica.

ii) la possibilità di attivare clausole di salvaguardia non è una novità, ma la Commissione non considera questa possibilità «realistica» a fronte di dichiarazioni ufficiali, passate e presenti, che le clausole stesse non saranno attivate. Infatti, a partire dal 2015, non ha mai incluso i possibili introiti da aumenti di Iva nelle previsioni economiche per gli anni a venire.

I tempi

Mi sembra infine necessario un’ultima osservazione sui tempi della manovra. La Commissione ha espresso i suoi primi rilievi negativi sul disavanzo pianificato nella nota di aggiornamento già in una lettera del 5 ottobre. Che tale disavanzo costituisse una grave inosservanza delle regole comuni e delle raccomandazioni rivolte all’Italia, è stato reiterato poi nella richiesta di revisione del progetto di legge di Bilancio (23 ottobre), e successivamente nel parere adottato il 21 novembre.

L’esame autunnale dei progetti di legge di Bilancio viene infatti condotto anche al fine di indicare tempestivamente ai Parlamenti nazionali possibili rilievi negativi ed incompatibilità con le regole comunemente concordate.

Nel caso dell’Italia questo processo ha avuto proprio inizio il 5 ottobre, lasciando ampi margini di tempo per una possibile revisione del progetto di legge di Bilancio. Imputare alla Commissione i tempi estremamente ristretti in cui il Senato prima e la Camera poi si trovano a votare la legge di bilancio, non rappresenta un’interpretazione coerente con la realtà dei fatti.

28 dicembre 2018 (modifica il 28 dicembre 2018 | 22:55)

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