Boca-River Plate: la finale di Coppa Libertadores che è il derby di Buenos Aires (e la sfida di due mondi)


Vuole esserci pure le Zar. Putin, già. A Buenos Aires ci doveva andare il giorno 30 per il G20 ma per una cosa così pare sia pronto a mandare al diavolo gli impegni e ad anticipare la partenza. Perché in fondo, anche se sei il presidente della Russia, uno degli uomini più potenti al mondo, quando ti ricapita una cosa così? Boca-River, River-Boca. Finale di Copa Libertadores. Que locura, robe da pazzi. Sabato 10 l’andata alla Bombonera (in tv su Dazn dalle 21 italiane) e ritorno sabato 24 al Monumental, stessa ora.

L’Argentina è in preda già da giorni a una specie di delirio collettivo: il Superclasico stavolta vale il titolo di campione del Latinoamerica. Neanche nei film. La più feroce rivalità calcistica del pianeta. Il derby dell’apocalisse, l’hanno chiamato. «Chi perde non si rialza per cinquant’anni», ha assicurato Mauro Camoranesi. I simboli sono i due allenatori: Marcelo Gallardo del River e Guillermo Barros Schelotto del Boca. Prima bandiere in campo, ora strateghi in panchina. Biglietti impossibili da trovare, nonostante il prezzo triplicato fino a toccare punte di 4500 euro per la platea preferencial. «I quindici giorni che sconvolgeranno l’Argentina» è uno dei titoli che gira in questi giorni sui quotidiani del Paese.

La partita delle partite. Ma senza tifosi ospiti. La decisione è stata presa dopo una riunione tra i presidenti di River Plate e Boca Juniors, Rodolfo D’Onofrio e Daniel Angelici, e il capo dell’Afa, la federcalcio argentina, Claudio Tapia. Troppo pericoloso. Ma anche dentro agli stadi il clima sarà infernale. Qualcuno ricorderà forse il ritorno degli ottavi di finale del 2015, quello del «gas pimienta». Dopo l’1-0 per il River al Monumental e lo 0-0 nel primo tempo alla Bombonera, un ultrà bostero spruzzò spray al peperoncino attraverso il tunnel degli spogliatoi ai giocatori millonarios che piansero come bambini e si ritrovarono perfino escoriazioni sulla pelle. Che neanche Osvaldo Soriano. La partita non riprese più e il River vinse 3-0 a tavolino con conseguente squalifica della Bombonera per 4 turni.

Ma per raccontare gli episodi anche al limite del credibile di una rivalità lunga cento anni non basta un libro. Perché il dualismo fra Boca e River non è solo futbol. Ok, chiaro che una linea di demarcazione netta non esiste. Col tempo tutto diventa liquido, più fluido. Come fra casciavitt milanisti e bauscia interisti. È ancora classe operaia contro borghesia? Come nella Milano degli anni Sessanta? Chiaro che no.

Ma una differenza, fra Boca e River, c’è e si sente, eccome si sente. Si dice: c’è un modo di vivere da Boca è un modo di vivere da River. Saranno di fronte le due facce dell’Argentina. Bastano i due soprannomi: Millonarios quelli del River, Bosteros quelli del Boca, dove la bosta è lo sterco dei cavalli. Sono i quartieri eleganti del nord contro quelli popolari del sud. Due modi di essere argentino, di vedere la vita, di viverla. Il ministero dell’interno sta approntando misure di sicurezza epocali. La tensione è altissima, la paura anche. Ed è giustificata. Perché puoi vietare alla gente di entrare in uno stadio, non di stare fuori. Da un presidente a un altro, Mauricio Macri, quello argentino, fra l’altro ex patron del Boca. Prima delle semifinali di ritorno disse: «Una finale tutta argentina sarebbe una disgrazia». No, Presidente, il Superclasico in finale di Libertadores non è una disgrazia, è un dono di Diós.

Essere River

Sta tutto nel nome, Millonarios. Sofisticati, distinti, europei, aristocratici. Quelli che sono andati a scuola, quelli che hanno fatto il liceo, quelli che prendono l’aperitivo a Puerto Madero, che degustano un vaso di Malbec insieme al bife de lomo, il filetto di carne, perché il fernet y cola figuriamoci – non siamo mica in una villa miseria e l’asado mangiatelo tu che la grigliata è da poveri, quelli che sotto l’Avellaneda non ci vanno. I fighetti. I belli e vincenti, come la mitica Maquina dei primi anni Quaranta. Quel River giocava con cinque attaccanti formidabili: Muñoz, Moreno, Pedernera, Labruna, Loustau. Una cantilena che ancora oggi i tifosi «Millo» mandano a memoria. Come i nomi di Di Stefano, Passarella, Sivori che però aveva più la faccia sporca che faceva molto Boca, e poi Gallardo, Higuain.

Il Pipita «è» River: la mamma artista, scuole elitarie, corso di tennis. Quando Octavio Paz, e non Borges, una volta ha detto che «gli argentini sono italiani che parlano spagnolo e si credono inglesi» si riferiva di certo a quelli del River. Mica tutti stinchi di santo, per carità, anche loro hanno la loro hinchada, la curva ultrà, la frangia più estrema ha nome los Borrachos del Tablón: da anni s’ammazzano fra loro per una faida interna, roba che al confronto i nostri sono catechisti.

Però poi guardi giù sul campo, scruti la camiseta blanca tagliata dalla striscia rossa obliqua e capisci. Il bianco è il colore dei ricchi perché si sporca facile e poi bisogna lavarlo sempre, perché non è per tutti. Suona benestante anche il nome, River Plate, un specie di inglesizzazione pasticciata di Rio de la Plata. Plata significa argento ma anche denaro.

A Buenos Aires si dice che «ci sono due modi di vivere la vita, uno da Boca e uno da River». River sono i quartieri a nord, le jacaranda di Recoleta, gli immensi parchi di Palermo dove chi ci abita s’accorge meno che il Paese è alle prese con la tragica quinta crisi valutaria in 50 anni, River sono gli eleganti caffè di Villa Crespo che sembra di stare a Parigi, i viali di Núñez dove adesso c’è lo stadio. Anche lì il nome dice tutto: dal 1986 è intitolato all’ex presidente Antonio Vespucio Liberti, per tutti però è il Monumental e basta, che sa di grande, di perfetto, di eroico, conservatore.

La finale di ritorno, sabato 24, la giocano lì. E sarà un vantaggio non di poco conto. Pensare però che anche il River nasce alla Boca. Padri genovesi, come quegli altri. Anno 1901, come conferma la targa fissata nel portico della chiesa di San Juan alla Boca. Solo più tardi il consiglio si trasferì prima nel barrio Palermo e poi nel 1923 a Núñez, fra case bianche col giardino e belle auto tedesche, dove per terra non c’è una cartaccia. Per tutti gli altri però quelli del River – o RiBer, con la B, perché nel 2011 sono retrocessi – sono las Gallinas, le galline, che è come da noi darti del coniglio. C’è di mezzo una vecchia convinzione che qualche sostegno onestamente ce l’ha. Il River ha vinto più campionati del Boca (36 contro 27) ma solo tre Libertadores contro sei. Quando le cose di fanno difficili ve la fate sotto, è lo sberleffo dei nemici. Los Borrachos ci scherzano sopra, «Señores yo soy del gallinero / A River lo sigo a donde va / No importa aunque ganes o pierdas» . Noi del gallinero, noi del pollaio, ti seguiamo comunque, non importa che vinci o perdi. Però lo sanno anche loro che, come ha detto Camoranesi, chi perde stavolta non si rialzerà per i prossimi cinquant’anni. Bueno, gente, ecco la resa dei conti.

Essere Boca

La mitad mas uno. La metà più uno. Quelli del Boca ne sono convinti da sempre: siamo la squadra più tifata d’Argentina. «Somos el pueblo y el carnaval», siamo il popolo e il carnevale, la festa, cantano quelli della 12, la pazzesca curva della Bombonera. Si dice siano il 40 per cento del Paese. Forse, chissà. Una statistica seria non c’è, però è plausibile. Perché è vero che nella mistica della Republica de la Boca, in questa misteriosa magia che mescola orgoglio proletario e identità porteña, gran parte del Paese si rivede. Come quelli del River, anche qui ci sono due soprannomi. Il primo, quello per così dire ufficiale, è xeneizes, da una translitterazione castellano-argentina del termine «zeneize», genovese. Sta scritto anche dentro il colletto della maglia da gioco azul y oro. Il club l’hanno fondato nel 1905 i genovesi che a inizio Novecento erano la comunità più numerosa quartiere portuale della Boca. Scelsero i colori sociali dalla prima nave che entrò in porto: svedese, quindi giallo e blu.

Oggi ovviamente il barrio è cambiato, in mezzo sono passate almeno cinque generazioni, poi però giri l’angolo dietro la ferrovia e le insegne retrò di una panetteria o un meccanico ti portano indietro nel tempo: Scarpatti, Farenga, Brichetto. Tolte le due viette per i turisti, tipo «el caminito» dove dicono sia nato il tango e i giapponesi si fanno le foto col sosia di Maradona, Gardel o Evita, per il resto è un barrio pobre, un quartiere povero, nell’accezione latinoamericana del termine. Quando si giocano le partite, la gente della Boca vende il suo biglietto anche per 100 dollari e con quelli tira avanti due settimane. E la partita se la guarda per strada, fuori dallo stadio, in mezzo agli altri descamisados, gli ultimi.

«Il Boca è della gente» dice Diego Maradona. Il Boca è però anche suoi eroi popolari, i venuti dal niente. Come Carlitos Tevez, per tutti el jugador del pueblo, per le sue origini umilissime: non è nato alla Boca ma a Fuerte Apache, un posto dove la polizia non entra nemmeno. «Se non fosse stato per il calcio ora sarei finito come tanti ragazzi del mio quartiere, sarei morto o in carcere, o là fuori in strada a drogarmi» racconta. Gli altri sono Martin Palermo, Juan Riquelme, Varallo, il leggendario portiere Hugo Gatti detto el Loco, il Matto: capelli lunghi da indio, fascetta intorno alla testa. Un giorno, dopo una partita in cui non prese un pallone e lo accusarono di non averci nemmeno provato, disse: «I portieri si atteggiano da acrobati solo per farsi immortalare sui giornali. Io so perfettamente quando un pallone è diretto nello specchio della porta. E quindi decido se è il caso o meno di tuffarmi».

Anarchia «boquense». L’altro soprannome (bosteros) non è proprio un complimento. Quelli della 12 però se ne infischiano e anzi ci fanno cori su cori. «Bostero soy», bostero sono. C’è tutto, l’estrazione umile, l’identità di quartiere che s’allarga e si spalma a fino a diventare l’orgoglio mistico di un’intera classe sociale che popola le villas miseria e i quartieri meridionali periferici della Gran Buenos Aires, da Quilmes a Lomas de Zamora, da Temperley a Varela. Oggi non ci sono più i tanos che ballano il tango nei bordelli del porto, oggi ballano tutti le hit di cumbia o reggaeton che due mesi dopo sbarcano anche in Italia, nessuno fa più i conti con la patria lontana e la distanza atlantica degli Italiani d’Argentina di Ivano Fossati, ma con i fantasmi della svalutazione del peso e dell’aumento della violenza. Ma adesso basta per favore, adesso c’è Boca-River e River-Boca, alle miserie penseremo dopo.

9 novembre 2018 (modifica il 9 novembre 2018 | 10:26)

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