Blanchard: «Il deficit italiano? Non è catastrofico, c’è ancora spazio»


Quarant’anni fa Margaret Thatcher ha inventato lo slogan «non c’è alternativa» al capitalismo e alla globalizzazione. Ma crisi economica, disuguaglianze sociali, cambiamenti climatici e ambiente richiedono nuovi modelli di sviluppo basati su una maggiore giustizia sociale, per non alimentare populismo e sovranismo. La strada per uno sviluppo sostenibile, duraturo e inclusivo? «Bisogna essere realistici. Non c’è alternativa alla combinazione di economia di mercato e intervento statale», sostiene Olivier Blanchard, 69 anni, francese, ex capo economista del Fondo monetario, attualmente senior fellow al Peterson Institute for International Economics a Washington. «Per coordinare le attività di 7 miliardi di persone, non c’è alternativa ai mercati. Ma, senza lo Stato, ci sarebbero più disuguaglianze, meno istruzione, nessuna assicurazione sanitaria, nessuna infrastruttura. Quindi il problema è dove mettere l’ago. E, mentre il mondo cambia, l’ago potrebbe aver bisogno di muoversi», aggiunge l’economista che mercoledì ha partecipato al l’incontro di Stagione Capitale – Rethinking Capitalism, organizzato dalla Fondazione Giangiacomo Feltrinelli a Milano.

La grande recessione ha causato molti danni, di cui paghiamo ancora il prezzo in termini di disoccupazione e disagio sociale. Era possibile gestire la crisi europea in modo diverso? Qual è la lezione?

«Abbiamo imparato una lezione generale. Il sistema finanziario è centrale, complesso e incline al fallimento. Ed è molto difficile da regolare. Abbiamo imparato lezioni specifiche sull’euro, sulla politica monetaria e sulla necessità di un prestatore di ultima istanza determinato; sulla politica fiscale e sulla necessità di usarla in modo aggressivo quando la politica monetaria è limitata. Se i responsabili delle politiche avessero capito tutto questo in tempo reale, sia la grande crisi finanziaria che la crisi dell’euro sarebbero state più limitate».

La Bce avrebbe dovuto lanciare prima il Qe, il programma di acquisto di titoli che si conclude a fine dicembre?

Lei era capo economista del Fmi durante il salvataggio della Grecia. Come lo giudica oggi?

«Il programma imposto alla Grecia era troppo rigido, ma un programma più accomodante avrebbe richiesto maggiori prestiti dall’Europa (che erano già molto ampi), e l’Europa non era pronta a farlo».

Cosa dovrebbe fare l’Europa per stimolare la crescita e creare più posti di lavoro?

«Nella maggior parte dei Paesi dell’euro c’è ancora spazio per politiche di sostegno alla domanda per aumentare la produzione e ridurre la disoccupazione. Ma ci sono limiti a ciò a queste politiche, e per una crescita più alta e duratura e una bassa disoccupazione servono cambiamenti strutturali. Ma non esiste la bacchetta magica».

Parliamo dell’Italia. L’attuale governo prevede di ridurre l’età pensionabile a 62 anni (con almeno 38 anni di contributi) e introdurre un reddito di base universale. È una buona idea o aumenterà il debito pubblico italiano senza stimolare la crescita? Come può l’Italia far fronte a un enorme debito pubblico e allo stesso tempo ridurre le disuguaglianze sociali ed economiche che hanno alimentato il populismo?

«Migliorare la distribuzione del reddito è importante, ma nel programma del governo italiano c’è poco per aumentare la crescita o ridurre la disoccupazione. Tagliare l’età pensionabile alla luce di un’aspettativa molto più lunga è un errore, con grandi costi fiscali e costi per la crescita. Anche il reddito di base universale sarebbe sbagliato, ma nella sua incarnazione attuale sembra più una tassa negativa sul reddito, perciò è migliore di quel che appare. Il deficit italiano, di per sé, non è catastrofico e l’Italia potrebbe, nel breve termine, fare una manovra per aumentare la domanda. Ma nell’attuale contesto in cui gli investitori non si fidano del governo, lo spread sui tassi d’interesse si è allargato e potrebbe annullare gli effetti espansivi».

Un cambiamento strutturale urgente?

«L’Italia ha un tasso molto alto di disoccupazione giovanile. Per risolverlo, non ci sono segreti: da un lato, bisogna ridurre il costo di assunzione dei giovani, attraverso una combinazione di salari minimi più bassi e incentivi fiscali. E dall’altra parte, bisogna migliorare le capacità dei giovani, riformare il sistema educativo e migliorare la formazione professionale».

Intanto l’economia globale rallenta, dalla Cina all’Europa. Qual è la sfida maggiore per la zona euro?

«È stata una lunga espansione, molto più negli Stati Uniti che in Europa, e, a un certo punto, le espansioni finiscono. Ma c’è ancora molto spazio per espandere la domanda in Europa, quindi la politica monetaria dovrebbe continuare ad essere accomodante e la politica fiscale non dovrebbe creare ostacoli. Il principale pericolo che vedo nel medio periodo è l’ascesa del populismo e le sue probabili implicazioni economiche. Credo che esistano gravi problemi di disuguaglianza e insicurezza. I populisti hanno riconosciuto e colto il problema, ma, nonostante la loro retorica, non hanno la soluzione».

Teme l’avanzata dei partiti populisti alle prossime elezioni europee?

«Ho paura dell’aumento dei partiti populisti in generale, in queste e in altre elezioni. Temo che il cocktail di alta disoccupazione, bassa crescita, aumento della disuguaglianza e insicurezza economica sia tossico, e che i partiti populisti abbiano visto l’opportunità. Ma, ancora una volta, non penso che abbiano la soluzione».

Da francese, che cosa pensa del movimento dei «gilet gialli»? Qual è il problema della Francia?

«Il problema della Francia non è fondamentalmente diverso da quello di Italia, Regno Unito o Stati Uniti. Riflette il problema dei “lavoratori poveri”, il gruppo di lavoratori che soffre maggiormente a causa del progresso tecnologico e del commercio internazionale. Ciò che è paradossale è che l’aumento della disuguaglianza, tralasciando l’aumento del reddito al vertice (l’1%), in realtà è stato limitato in Francia. Eppure, ha chiaramente portato angoscia e rabbia».

Sembra che il presidente Macron abbia perso il suo slancio riformista.

«La strategia di Macron era quella di convincere gli investitori a investire e stimolare la crescita, migliorare l’istruzione e la formazione professionale in modo da aumentare le competenze e facilitare l’adattamento dei lavoratori. Credo che sia stata, ed è ancora, la strategia giusta. L’obiettivo dell’eliminazione (parziale) dell’Isf (l’imposta sulla ricchezza, ndr) era di inviare il messaggio di una politica favorevole agli investitori. Ma la sua implementazione senza misure ugualmente visibili per aiutare i lavoratori, è stata, in retrospettiva, un errore politico. Questo, e altri errori di comunicazione, sono stati solo il fiammifero che ha appiccato il fuoco. Ma l’incendio era pronto a scoppiare».

Alcuni osservatori suggeriscono che la Grosse Koalition in Germania si disintegrerà dopo l’elezione dell’Eu. E ciò aggiungerà ulteriore incertezza al futuro dell’eurozona. La preoccupa un futuro senza la cancelliera Merkel?

«Non ne ho idea, ma Merkel era una voce della ragione e la rimpiangeremo se verrà sostituita con qualcuno che non è così ragionevole».

Come giudica i primi 2 anni di Donald Trump alla Casa Bianca? Il suo protezionismo minaccia il commercio globale, ma negli Stati Uniti la crescita è robusta e l’occupazione al minimo storico.

«Trump ha mostrato come la retorica populista possa vincere le elezioni e soddisfare la base finché l’economia rimane forte. Ha fatto un danno incredibile ai valori democratici, all’etica, dai quali sarà difficile tornare indietro. È stato fortunato a ereditare un’economia forte che non ha ancora a distrutto. Il suo approccio ignora i vantaggi dal commercio internazionale ed è incoerente; è improbabile che porti a una recessione, ma a lungo termine sarà costoso».

Ha mai pensato che di tornare in Francia? O, dopo tutto, si senti a casa negli Stati Uniti?

«Finché sono professionalmente attivo, è probabile che rimarrò negli Stati Uniti. Dopo, vedremo».

20 dicembre 2018 (modifica il 20 dicembre 2018 | 09:00)

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