Bazoli: sono diventato banchiere per ricostruire la fiducia che la P2 aveva minato nel Paese


Bazoli: sono diventato banchiere  per ricostruire la fiducia che la P2 aveva minato nel Paese

Sul tavolo, accanto ai cataloghi delle Gallerie d’Italia, Giovanni Bazoli ha una lettera dell’ex presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi. L’ha appena estratta da un corposo fascicolo di documenti. Nel 1982 Ciampi è il governatore di Bankitalia che, con il ministro del Tesoro Beniamino Andreatta, gli assegna il compito gravoso e delicatissimo di costruire il Nuovo Banco Ambrosiano, dopo il crac del vecchio Ambrosiano e la morte tragica e misteriosa del bancarottiere Roberto Calvi.

Con quella lettera, inviata nel 2016 quando Bazoli lascia dopo 34 anni la guida della banca, divenuta nel frattempo Intesa Sanpaolo, Ciampi lo ringrazia per l’esempio di integrità e correttezza di banchiere e di civil servant e per aver così contribuito a restaurare la reputazione dell’Italia, gravemente compromessa da quella vicenda.

Bazoli, oggi presidente emerito della maggiore banca italiana, rilegge quelle parole, quasi con pudore. Scuote la testa e dice, amareggiato: «In questo Paese si vogliono colpire persone ed esperienze positive per accreditare un giornalismo d’inchiesta che, purtroppo, tradisce la sua originaria e indispensabile funzione, che è quella di vigilare sulla correttezza delle attività economiche e politiche, e così diventa mero strumento, più o meno consapevole, di aggressioni e di mediocri manovre di potere. Che tristezza».

Per questa ragione, per la prima volta nella sua lunga storia professionale, Bazoli ha avviato un’azione giudiziaria nei confronti di un organo di informazione, e cioè di «Report» e della Rai. Lunedì scorso la trasmissione ha aperto con un servizio dedicato a Ubi, indicata come «La Sacra Banca», e a Bazoli, definito l’«Onnipotente».

Dice Bazoli: «Ma come si può stravolgere la storia fino al punto di alludere a rapporti miei e di Ubi con persone e ambienti legati a Michele Sindona e Roberto Calvi, alla mafia e alla loggia massonica P2? Un’autentica follia, che mi costringe a difendere non solo le ragioni del mio impegno, ma ancor prima quelle di una banca sana che, con me, è stata oggetto di un attacco inaudito e diffamatorio».

La storia di quell’impegno è nota: nell’estate del 1982, nel weekend in cui viene costituito il Nuovo Banco Ambrosiano, l’avvocato bresciano è vicepresidente della Banca San Paolo, alla quale la sua famiglia era legata da alcune generazioni. Andreatta e Ciampi, attenti alla stabilità del sistema e anche a preservare la natura privata della nuova banca, vedono con favore l’ingresso della San Paolo nell’azionariato, a bilanciamento della forte presenza di istituti pubblici. In seguito, sempre Bazoli è fra i principali promotori della fusione delle due banche di Brescia, la San Paolo, di matrice cattolica, e il Credito Agrario Bresciano, di matrice laico-zanardelliana, per dare vita a Blp, la Banca Lombarda e piemontese. Di quest’ultima è vicepresidente e ne guida il sindacato dei maggiori azionisti, mentre il Nuovo Banco cresce attraverso aggregazioni successive fino a costituire, a fine 2006, Intesa Sanpaolo (iniziativa che preserva i due istituti dalle mire del gruppo francese Crédit Agricole e dello spagnolo Santander).

Nel 2007, in un colloquio con Emilio Botin, presidente del Santander, Bazoli apprende che la banca spagnola è pronta a lanciare un’Opa su Blp. Per scongiurare un tale esito, prende subito l’iniziativa di promuovere l’unione della Bpl con la Bpu, l’ex Popolare di Bergamo. «Sia la costituzione di Intesa Sanpaolo sia quella di Ubi vennero non solo autorizzate ma, mi permetto di dire, benedette dalla Banca d’Italia allora retta da Mario Draghi. Questa è la radice di Ubi».

«La storia del mio doppio coinvolgimento in Ubi e Intesa Sanpaolo è chiara e limpida», dice Bazoli, «e attesta il servizio da me reso al sistema bancario italiano». L’avvocato-banchiere bresciano resta nel consiglio di Ubi fino al 2012, quando scatta il divieto di interlocking. Bazoli precisa: «Nei limiti del mio ruolo di rappresentante degli azionisti bresciani non ho però voluto sottrarmi al compito di seguire le fasi successive». Ma di più non vuole aggiungere per rispetto della magistratura e del processo in corso a Bergamo che lo vede imputato con altre 30 persone per «ostacolo alla vigilanza» (ancorché la Banca d’Italia non si sia costituita parte civile), in ragione di un presunto «patto occulto» su cui ha insistito «Report».

È in Ubi, di cui Bazoli è descritto come «potente regista», che la trasmissione ritiene di rintracciare il filo che porterebbe a Calvi e al banchiere della mafia Sindona. L’ipotesi è sostenuta dalle parole di Carlo Calvi, figlio di Roberto, che “Report” è andato a intervistare a Montreal. La figura chiave sarebbe Guy Harles, un avvocato lussemburghese che nel 2011 entra nel board di Ubi International, costituita nel Granducato e successivamente venduta. Secondo il figlio di Calvi, l’avvocato Harles sarebbe stato, nella veste di consigliere di Canopus, società offshore di Calvi e Sindona, «l’interlocutore di Bazoli quando c’era da trasportare attività dal vecchio Ambrosiano al Nuovo». Una “scoperta” che Bazoli giudica fuori dal mondo: «A parte il fatto che non ho mai sentito nominare l’avvocato Harles, qui si ignora una verità fondamentale, e cioè che, secondo il disegno di Bankitalia, noto a tutti, al Nuovo Banco Ambrosiano fu trasferita la sola azienda bancaria italiana, lasciando alla liquidazione coatta amministrativa tutte le partecipazioni estere e i rapporti di debito-credito che facevano capo al vecchio Banco».

Bazoli fa poi un’altra osservazione: «Come si fa ancora a presentare Ubi come l’ultima banca italiana di esplicita ispirazione cattolica?». L’avvocato-banchiere bresciano nel 1985 (dopo la cessione-salvataggio del gruppo Rizzoli-Corriere della Sera che era finito nell’orbita Calvi) ha scritto sul «Corriere della Sera» la lettera-riflessione «Finanza Laica e finanza cattolica», parlando di collaborazione nel comune interesse del Paese, e non di contrapposizioni. E oggi osserva come il mondo cattolico non qualifichi più da tempo alcuna banca. Ricorda che Enrico Cuccia, pur considerato l’alfiere della finanza laica, gli affida la Comit quando viene a trovarsi sotto minaccia di Opa: «Eravamo stati avversari, ma in quel momento scelse la banca da me guidata. Fu quella una decisione dettata dalla consapevolezza che esistono interessi più alti di quelli delle singole persone». È l’indebolirsi di tale consapevolezza che allarma Bazoli: «Se il Paese non trova gli anticorpi intellettuali e morali per reagire a questi e ad altri veleni, quale futuro attende le nuove generazioni?».


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