Basket, Mike James: il sopravvissuto dei canestri alla conquista d’Europa


Istintivo. Selvaggio. Esuberante in campo, introverso fuori. Amato dai suoi tifosi, detestato dai tifosi avversari. Mike James da Portland, Oregon, 28 anni, segno del Leone, non ha mezze misure: sono così, prendere o lasciare. E i tifosi dell’Olimpia Milano, tornata a volare in Europa dopo anni di depressione, prendono, eccome se prendono. Poche partite ed è già diventato l’idolo del Forum.
«È una bella sensazione, tuto questo affetto mi piace, ma ho anche una certa esperienza e so che bastano un paio di partite giocate male per cambiare molto velocemente i giudizi. Per ora è bello avere questo rapporto, la stagione è lunga, ci saranno alti e bassi».
Felice di aver scelto Milano?
«Felice. Milano non ha dovuto fare molto per convincermi».

Perché proprio Milano?
«Volevo un ruolo più centrale, e qui ce l’ho. E ho percepito la voglia di creare qualcosa di grande, di fare storia. Anche al Panathinaikos era così».

Milano ha una sua grande storia. Le hanno detto della squadra dei D’Antoni, dei Meneghin, dei McAdoo?
«Confesso: di quello che è successo 30 anni fa non so granché, sono due ere differenti. So invece quello che la squadra ha fatto negli ultimi 10 anni, non tantissimo a livello europeo».

E pur sapendolo, ha accettato di venirci…
«Ho grande fiducia in me stesso e sono convinto che con la gente giusta intorno si possa costruire una squadra speciale e ottenere risultati speciali».

Siete partiti molto bene, in Italia e in Europa. Sorpreso?
«Perché dovrei esserlo? La squadra è stata costruita per essere dura in Eurolega, da playoff, con magari anche una piccola speranza di arrivare alle Final Four. Stiamo giocando come una vera squadra quindi no, non sono sorpreso».

Final Four… Non ha paura di sbilanciarsi troppo?
«Io penso questo: anche se dobbiamo ancora crescere, abbiamo già dimostrato di poter competere con le migliori e di poterle battere. Puntare al massimo dev’essere un obiettivo di questa squadra, pur tenendo sempre la testa sulle spalle. La stagione è lunga, ma le prime 4 partite ci dicono che non è così assurdo pensarci».

Questa non è la sua prima esperienza in Italia.
«Ho giocato a Omegna».

LegaDue Silver. Aveva 23 anni. Come è stato sbarcare in Europa così giovane?
«Un impatto piuttosto difficile dal punto di vista umano. L’America è la mia casa. Sono arrivato a Zagabria che di anni ne avevo appena 22. È difficile quando vieni da un mondo diverso e scopri una cultura completamente differente, nel modo di mangiare, anche nel tempo in cui si deve andare a dormire. La parte più facile è stata il basket: anche se non conosci gli altri ragazzi, poi in campo tutto si sistema».

Lei ama il basket?
«Totalmente. Mi piace giocarlo, mi piace vederlo, mi piace viverlo».

Un po’ meno invece gli obblighi che comporta: impegni di sponsor, interviste come questa…
«Eh, se potessi starei in campo, ma capisco che anche questo fa parte del gioco, anche se non mi diverto».

Come definirebbe il suo carattere?
«Fondamentalmente sono un introverso, ma con il tempo, e nelle condizioni giuste, ho imparato a esserlo un po’ meno, soprattutto in gruppo».

Le piace usare i social?
«Li trovo divertenti».

Di sé però racconta poco.
«Mi piace che le cose personali restino personali».

La sua carriera è stata piuttosto sofferta. Una lunga gavetta in squadre minori. Poi l’Nba. E il ritorno in Europa. Quanti no si è preso?
«Qualcuno, ma non è questo il punto. Le cose sono andate così, ognuno ha la propria opinione, gli scout, gli allenatori, i manager, i tifosi. Alla fine sta a te dimostrare quello che vali realmente».

Nella Nba lo stava dimostrando, più di 10 punti a partita. Poi se nè andato…
«Una mia decisione».

La rimpiange mai?
«Mi capita di incontrare molti giocatori Nba, li conosco, ci parlo, li vedo in campo, ci gioco d’estate. Qualche volta può capitare di dire “sì, io farei meglio di lui”, oppure che mi dicano “potresti essere migliore di quello”, però ci sono sempre nei lavori situazioni atipiche e alla fine sono contento di dove sono».

Maurice Leitzke, il suo primo coach, l’ha definita «un sopravvissuto, un giocatore estremamente sottovalutato che ha dovuto lottare e soffrire per mostrare le sue qualità». Si rivede in questa definizione?
«Forse sì. Nella vita le cose accadono, ma ogni cosa te la devi guadagnare. E quando lo fai con lavorando duro è ancora più bello».

Qual è la cosa più intelligente che le ha mai detto un coach?
«Non sei mai così bravo come pensi di essere, non sei mai così scarso come pensi di essere».

Ha vissuto a Vitoria, ad Atene e ora a Milano. Che cosa le piace della cultura europea?
(risata) «Sono il peggior turista del mondo, non vado mai a vedere niente».

Il calcio l’ha scoperto?
«Sì. E tifo Juve. Me ne sono innamorato alla Playstation. E stravedo per Dybala».

I tifosi di Milano la adorano, gli altri un po’ meno…
«Qualcuno mi ha detto che probabilmente sono il giocatore più odiato d’Europa. Potrebbe anche essere vero. Io sono fatto così. Gioco con onestà e passione, e questa passione la metto in campo, qualche tifoso apprezza, qualcun altro no, ma io sono orgoglioso di essere così, di mostrare quanto tengo e quanto do alla mia squadra».

I cinque playmaker migliori d’Europa: Calathes, Rodriguez, Llull, Wilbekin. E lei. Chi è il più bravo?
«Ogni giocatore pensa di essere il migliore. Quindi se chiedete a me, non ho dubbi: io».

2 novembre 2018 (modifica il 2 novembre 2018 | 07:23)

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