Auguri, caro Michael Schumacher: «Lui è insostituibile»


Michael Schumacher è diventato, negli anni, un esercizio di immaginazione. Aggrappati a ogni dettaglio lasciato sfuggire da una riservatezza protetta (e rispettata) come poche cose, ci siamo tutti ritrovati a immaginarlo: seduto su una poltrona della sua casa in Svizzera, di fianco a Jean Todt che accende la tv sul Gp del Brasile (come da racconto del presidente Fia), con il rombo del motore di una sua vecchia monoposto che risuona (l’ultima indiscrezione della Bild), seguito da una decina di fisioterapisti e infermieri, in grado di respirare senza l’ausilio di macchine

(Epa)
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(è così da anni), coinvolto nei discorsi familiari dall’incrollabile moglie Corinna, dalla primogenita Gina Maria che gli racconta il suo titolo di campionessa del mondo di reining (una disciplina di equitazione americana), o partecipe dell’entusiasmo del figlio Mick, recente vincitore del campionato europeo di F3 (che al magazine Fia è tornato sul rapporto con il padre: «Sono felice di essere il figlio del più grande pilota di tutti i tempi. Ci sono aspetti difficili, ma l’affetto che il mondo mi riserva non può essere una cosa cattiva»).

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Con quel suo mento storto che tutti conosciamo e la faccia magari appena un po’ più gonfia, come rivelò padre Georg Ganswein, prefetto della Casa pontificia, assistente di papa Benedetto XVI, colui chiamato da Todt — uno che ha sempre voluto il massimo per il suo campione — quando la famiglia ha chiesto conforto spirituale. «Ero seduto di fronte a lui, gli tenevo le mani. La sua faccia resta quella che tutti noi conosciamo, solo un po’ più piena», le parole del sacerdote.


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Triste compleanno


La verità è che dopo 12 anni dal suo primo ritiro dalle corse (San Paolo, 2006), quelle leggendarie, con la Ferrari — «Un periodo indimenticabile, sotto l’aspetto sportivo e umano», ricorda l’ex presidente della Rossa Luca di Montezemolo —, dopo sei dal suo secondo con la Mercedes, e soprattutto, dopo cinque dall’incidente sugli sci (Meribel, 29 dicembre 2013), Michael Schumacher è ancora tra di noi. Indimenticato e insuperato. Lewis Hamilton, che quest’anno ha battuto il suo record di pole position (restano quelli dei Gp e dei titoli vinti), ieri lo ha omaggiato: «È lui il più grande di sempre». La Formula 1 non ha mai colmato il vuoto lasciato da Schumi, il pilota che l’ha portata a tutta velocità nell’era moderna, ed è anche per questo, oltre che per la sua sorte atroce, se tutto il mondo sta celebrando il suo 50° compleanno (3 gennaio).

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«È straordinario come il suo ricordo sia ancora vivo — riflette Stefano Domenicali, oggi amministratore delegato della Lamborghini, una vita in Ferrari con Michael —, ma a me piace guardare avanti, lasciamolo combattere nella sua dimensione, rispettando la sua riservatezza, che è il modo in cui ha da sempre gestito la sua vita privata». L’angelo a protezione della famiglia, è Sabine Kehm, la manager di Schumi, che segue anche il figlio Mick e l’anima della Fondazione Keepfighting («Continua a lottare»), che ora si sta occupando «di celebrare adeguatamente il compleanno di Michael». Illudersi che arriveranno miglioramenti netti sarebbe sbagliato, smettere di sperare è impossibile.

«A volte mi parlano di lui come non fosse più qui — dice Jean Alesi, tra i primi ad accorrere all’ospedale di Grenoble cinque anni fa —, ma lui sta lottando tantissimo, con il supporto di quella grande donna che è Corinna. Dico sempre a suo figlio di salutarmi papà». In tanti lo sentono vicino, in questi giorni di più. Montezemolo sicuramente: «Penso a lui spesso, con affetto e gratitudine. È stato il protagonista di una stagione irripetibile, pensate che con lui, dal ’97 al 2005, o abbiamo vinto il titolo o lo abbiamo perso all’ultima gara. Ma io ricordo Michael soprattutto come un uomo squadra, ha tenuto unito il gruppo anche nei momenti difficili». Ross Brawn (direttore tecnico di quella Ferrari, oggi direttore Motorsport della F1) è quello che l’ha scoperto. «Ricordo quando l’ho incontrato la prima volta: era il 1990, ero il dt della Jaguar e lui correva con la Sauber nel campionato Endurance. È stato subito chiaro che era un fenomeno, era nettamente più veloce dei suoi compagni. Così l’anno dopo, quando ero in F1 in Benetton, insistetti con Briatore per prenderlo. Michael è stato un campione, che ha vissuto la sua carriera come una missione a cui dedicarsi con tutto se stesso, dal primo all’ultimo giorno». Dunque Keepfighting Michael e auguri.

30 dicembre 2018 (modifica il 30 dicembre 2018 | 21:38)

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