Arpad Weisz, genio precoce di Inter e Bologna, spazzato via dalle leggi razziali e ucciso dalla Shoah


Arpad Weisz, genio precoce di Inter e Bologna, spazzato via dalle leggi razziali e ucciso dalla Shoah

Per come siamo fatti noi al giorno d’oggi, meriterebbe titoli e approfondimenti per essere il più giovane allenatore ad aver vinto uno scudetto, a 34 anni (con l’Ambrosiana, mamma naturale dell’Inter, stagione 1929-1930, primo campionato a girone unico). Oppure gli andrebbe fatto un monumento per avere scoperto e lanciato l’immortale talento di Peppino Meazza. O ancora non andrebbe mai dimenticato, in chiave tecnico-tattica, magari tutti seduti davanti alla lavagna, per il suo rivoluzionario «Il gioco del calcio», manuale d’avanguardia che mandava gambe all’aria, con la carica delle affascinanti eresie, i dogmi intoccabili del gioco all’inglese.

Eppure questa figura con simili quarti di nobiltà ha tutta un’altra storia da raccontare, molto sopra e molto meglio rispetto alle innegabili intuizioni sportive.

Ottant’anni fa, proprio ottant’anni esatti, il 16 ottobre 1938, Arpad Weisz stava seduto sulla panchina del Bologna, con cui aveva già vinto gli scudetti del ’36 del ’37, gridando ordini ai suoi giocatori, per portarli a una limpida vittoria per 2-0 sulla Lazio. Poche ore dopo avrebbe realizzato, con lui la storia intera, che quella sarebbe rimasta la sua ultimissima partita sulla panchina del Bologna e nel calcio italiano, essendo brutalmente chiamato alla famigerata conta delle leggi razziali.

Era ungherese all’anagrafe, ma ebreo nel sangue. Si portava dietro dalla nascita la macchia e la colpa imperdonabili per le ideologie paranoiche del suo momento. La sera stessa di quel 16 ottobre raccattò in fretta e furia quattro cose e si mise a scappare il più veloce e il più lontano possibile, da Mussolini e dalla sua delirante mistica razziale. Passando per Bardonecchia, con la moglie Elena e i figli Roberto e Clara, raggiunse Parigi. Da qui, dopo qualche mese, la famiglia errante provò a sparire dai radar assassini rifugiandosi in un borgo dei Paesi Bassi, Dordrecht. Árpád cercò di ricostruirsi una parvenza di pace e di armonia, tornando subito ad esercitare l’unico mestiere che conosceva bene, la sua passione e la sua vocazione: si mise ad allenare la squadra locale, che portò velocemente a ottimi risultati, il primo anno una incredibile salvezza, l’anno successivo addirittura il quinto posto della massima serie, togliendosi però il gusto di battere le corazzate di sempre, da quelle parti, l’Ajax, il Feyenoord, il PSV.

Purtroppo però quella era una stagione dell’umanità in cui il buio e l’ombra raggiungevano prima o poi qualunque anfratto nascosto. L’illusione del grande allenatore finì il giorno in cui le truppe tedesche del demente con i baffetti occuparono anche i Paesi Bassi. Per la famiglia Weisz e per tutte le famiglie con lo stesso peccato originale fu l’arresto e l’inizio della fine. Prima la detenzione nel campo di transito di Westerbork. Dopodiché, l’atroce lacerazione familiare. Nell’ottobre del 1942 la moglie e i figli vennero deportati ad Auschwitz, dove furono immediatamente destinati verso le camere a gas di Birkenau. Quanto al capofamiglia, di una famiglia che non esisteva più, venne assegnato a un campo di lavoro dell’Alta Slesia. Ma dopo quindici mesi di immaginabile soggiorno, anch’egli fu destinato allo stesso capolinea, Auschwitz, dove la mattina del 31 gennaio 1944 trovò la morte, e forse la pace che aveva sempre cercato, nelle camere a gas.

(Ansa)
(Ansa)

Per non dimenticare, bisogna dire in questo periodo di anniversari e di commemorazioni. Ottant’anni dopo, anche la storia di Weisz e della sua famiglia riemerge dalla polvere, una delle tante, unica come tutte le altre per assurdità e per crudeltà. Prima ancora, più ancora delle targhe negli stadi di Milano e di Bologna, sopravvive il ricordo di una figura tragica oltre ogni immaginazione. Era l’allenatore del momento, era il mago dell’epoca, in un frenetico dopo-partita fu costretto a scappare come il peggiore dei pregiudicati. E se qualcuno dei simpaticoni nostri, che al giorno d’oggi romanticamente ripropongono in curva svastiche e fasci littori, se qualcuno di questi fatica a comprendere, basti un minimo sforzo d’immaginazione: Allegri – o Ancelotti, o Di Francesco – che anziché raggiungere i microfoni di Sky deve correre alla frontiera per tentare disperatamente di salvare la pelle. Solo ottant’anni fa, nella civiltà d’Occidente.

16 ottobre 2018 (modifica il 16 ottobre 2018 | 15:23)

© RIPRODUZIONE RISERVATA




http://xml2.corriereobjects.it/rss/sport.xml

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *