Antidoping, un sistema colabrodo Così l’Africa inganna la Wada


ROMA «Quando li visualizziamo sul computer — spiega dietro rigoroso anonimato un ricercatore francofono — i passaporti biologici di alcuni atleti africani di vertice sembrano quelli di reduci da un’indigestione di Epo. Ma quando applichiamo al grafico i “correttivi” di regolamento il caso si sgonfia: keniani ed etiopi dichiarano di aver fatto quattro volte in 10 giorni su e giù dai 2.500 metri dei loro altipiani al mare, di aver volato 10 ore per correre questa o quella maratona e di essere ripartiti la sera stessa verso un altro emisfero. Il tutto 200 giorni l’anno. Un esperto che giustifichi le irregolarità con questo nomadismo folle si trova sempre e il passaporto torna valido».

Armonia, unione d’intenti, lotta sofisticata e senza quartiere ai furbi. Così Olivier Rabin, direttore generale dell’Agenzia Mondiale Antidoping (Wada), sintetizza la tre giorni in cui 200 menti brillanti dell’ente si sono ritrovate a Roma per mettere a punto le strategie. Ma qualche ora nei corridoi del Grand Hotel Parco dei Principi ha fatto capire che la realtà è molto diversa. La Wada è in crisi profonda, sia sul piano politico (il suo presidente, Craig Reedie, è stato sfiduciato dagli atleti e da diverse agenzie nazionali) che su quello dei risultati. La «bomba Russia», temporaneamente disinnescata solo grazie alle soffiate degli hackers, sta per tornare attiva e pericolosa. Del passato ingombrante non ci si libera mai: il Cio ha appena ordinato il terzo ciclo di test sulle urine dei protagonisti dei Giochi di Londra 2012. Il sospetto è che, con un nuovo metodo di valutazione, dopo i 48 casi scoperti nel 2016 (con copiosa restituzione di medaglie) ne possano venire fuori altrettanti, polverizzando così la credibilità delle magnifiche gare londinesi. Da un paio d’anni non ci sono grandi nomi tra quelli dei bari smascherati. «Il paradosso — spiega un altro ricercatore — è che se un tempo avevamo due anni di ritardo rispetto a farmaci e background dei dopatori, ora siamo molto più indietro. Le microdosi di Epo e ormoni lasciano segni quasi impercettibili nei passaporti, gli africani ci prendono in giro, nel calcio becchiamo solo chi usa la pomata sbagliata o sniffa. Quello che vediamo su alcuni campi di gara non è naturale ma non possiamo farci nulla. È frustrante». Nella rete del ciclismo cascano praticamente solo cicloamatori. Tutti virtuosi, i professionisti?

Francesca Rossi, la chimica italiana che dirige l’antidoping delle due ruote, ha trattenuto un giorno in più al lavoro i suoi investigatori a Roma. «Che stiamo combattendo con menti raffinate e dotate di grandi risorse economiche — spiega — è evidente. Ma non ci arrendiamo. Monitoriamo spostamenti, malattie, prestazioni: un passo falso prima o poi lo fanno tutti». Giuseppe D’Onofrio, padre di quel passaporto biologico che ha rivoluzionato l’antidoping, punta il dito sull’eccesso di garantismo del sistema: «Per dichiarare irregolare il profilo di un atleta e metterlo sotto inchiesta serve l’unanimità dei tre esperti chiamati in causa. Spesso il caso viene archiviato perché due sono d’accordo e uno no. Un sistema di voto a semplice maggioranza porterebbe ad approfondire più casi e a scovare molti più furbi».

8 novembre 2018 (modifica il 8 novembre 2018 | 23:03)

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