Allarme lusso per il made in Italy, la Cina ora cambia passo


Raccontano che gli imprenditori più avveduti, nell’incontrare gli investitori, abbiano adesso una cura particolare quando parlano della Cina. Nel senso che ne sono più rispettosi; molto di più. Il caso Dolce & Gabbana unito alla guerra commerciale in corso tra Stati Uniti e Cina, ha alzato al massimo l’attenzione delle aziende del lusso. Perché la Cina è essenziale per l’andamento di questo settore, ed è fondamentale per l’Italia visto che la moda rappresenta la seconda industria del Paese. Ci sono gruppi che realizzando parti rilevantissime del fatturato in Cina, da Zegna a Moncler, da Ferragamo a Prada. Ma lo stesso vale per molti brand che fanno capo ai gruppi francesi Lvmh e Kering.

Circa il 30% del mercato mondiale del lusso è costituito da acquisti di consumatori cinesi (un quarto circa in patria, tre quarti all’estero) e da questi consumatori verrà la metà della prossima crescita, aumentando dunque ancora il loro peso complessivo. Pensare che quarant’anni fa la Cina era una parte del mondo sull’orlo del collasso, mentre oggi «abbiamo raggiunto obiettivi epici, abbiamo mosso cielo e terra», ha scandito la settimana scorsa il presidente Xi Jinping in occasione delle celebrazioni del quarantennale della «grande apertura di mercato» di Deng Xiaoping. Per questo ora nessuno dall’esterno «può dettare alla Cina quello che deve o non deve fare». Sta cambiando qualcosa?

Smorza le preoccupazioni Carlo Capasa, presidente della Camera della moda italiana. «I clienti cinesi apprezzano sempre di più la moda di altissima gamma e qualità e questa è prodotta in Italia», dice. Ci sono, è vero, «momenti di flessione e ripartenza, ma il clima generale è positivo e i rapporti con noi sono molto buoni. C’è un grande affiatamento. Per esempio, stiamo progettando i festeggiamenti dell’anniversario dell’accordo tra Milano e Shanghai. Altre iniziative saranno realizzate dal design. Non ho visto ricadute del caso Dolce & Gabbana sugli altri brand. Per il resto stiamo parlando di questioni di ordine più complessivo globale come la lotta commerciale tra Cina e Stati Uniti. Una disputa che non fa bene a nessuno, stiamo parlando di due tra le maggiori potenze del pianeta, ma interpreto le parole di Xi Jinping come risposta al presidente americano Trump. Per quanto ci riguarda direi che vedo piuttosto un avvicinamento della Cina all’Europa».

Appare più cauto Claudio Marenzi, presidente di Confindustria moda, che rappresenta le aziende di produzione. La Cina, dice, «sta acquisendo una autonomia di valutazione critica più importante di prima e questo ci deve far pensare. Finora sono stati legati a noi per la grande attrazione che marchi italiani e francesi hanno su di loro. Certo se questa attrazione cambia, cambiano gli equilibri. Direi che tutto sommato quella con la Cina è una situazione che si sta normalizzando, un po’ come è successo con la Russia».Qualche indagine già evidenzia che le nuove generazioni cinesi guardano con un atteggiamento di maggior apprezzamento il prodotto cinese, con più orgoglio. Un sentimento che potrebbe essere rafforzato, se lo Stato cinese decidesse che è arrivato il momento di cambiare usando il Social credit system.

Si tratta di un sistema introdotto nel 2014 a livello locale, e che sarà esteso a tutta la nazione entro il 2020, che attraverso un sistema di punti certifica la bontà o meno dello stile di vita dei cittadini. È in base al Social credit system che negli ultimi quattro più di 6 milioni di persone non ha potuto prendere un volo aereo, come ricorda un report di Jeffries. L’analisi, a cura di Flavio Cereda, pone la domanda se questo sistema possa avere un impatto sulla spesa di lusso dei cinesi e la risposta che dà è affermativa. A sostegno porta, tra l’altro, il recente diverso comportamento dei clienti cinesi in uno dei più importanti department store del lusso: hanno speso quanto l’anno precedente ma diviso gli acquisti su diversi sistemi di pagamento. Evidentemente perché il loro comportamento non fosse tracciato.

James O. Malley, in un articolo pubblicato su Spectatorlo scorso 17 novembre, stesso giorno del report di Jeffrey, ricorda che il credito è costantemente aggiornato con i comportamenti positivi o negativi delle persone. Viaggiare senza biglietto, comportarsi in modo disordinato, fumare in aree pubbliche, soprattutto se reiterati, possono per esempio portare a vedersi negare il diritto di salire in treno. Un sistema simile (Sesame Credit) lo ha dal 2015 Alibaba, uno strumento di controllo del credito visto che fino a pochi anni fa la maggioranza dei cinesi non aveva un conto in banca. Tra i comportamenti che possono essere considerati inappropriati, quello di giocare ai videogiochi per dieci ore. Tutto sta decidere cosa è bene e cosa è male. Il punto è qui.

28 dicembre 2018 (modifica il 28 dicembre 2018 | 09:10)

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