Addio al genio a fumetti La sua matita ha disegnato i super eroi del ‘900 –


Sembrava immortale. Come gli eroi dei suoi fumetti. Sì certo invecchiava, ma gli occhi, acuti come uno spillo, quelli sembravano sempre gli stessi, almeno sino a qualche mese fa. Anche nelle più recenti comparsate nei film Marvel tratti dalle sue storie, aveva quell’aria sorniona, da furetto. Stan Lee, (pseudonimo di Stanley Martin Lieber) non è stato un fumettista, è stato il re del fumetto. Ha trasformato in arte l’artigianato delle strisce a disegni. Nato nel 1922 in quella New York che ha fatto da sfondo a moltissime delle sue sceneggiature (nei fumetti l’ha fatta distruggere in combattimenti epici decine di volte) ha percorso tutti i gradini del mondo dei comics. Dalla gavetta al ruolo di presidente e direttore editoriale della Marvel, per la quale ha sceneggiato di tutto.

Lee cominciò a lavorare nei primi anni ’40. All’inizio era addetto alle copie nella squadra di Martin Goodman alla Timely Comics, azienda che più in là sarebbe diventata la Marvel. Il suo primo lavoro di un qualche peso, da subito firmato con lo pseudonimo di Stan Lee, fu pubblicato su un numero di Capitan America del 1941. La sua penna si fece subito notare, passò dai riempitivi alle sceneggiature. Divenne, all’età di 17 anni, il più giovane editor del campo. Magie che potevano capitare solo nella golden age del fumetto. La guerra mondiale fu l’unica pausa alla sua carriera. Ma finito il conflitto si trovò a fronteggiare la crisi del settore. Una crisi indotta. Infuriava la campagna moralizzatrice portata avanti dallo psichiatra Fredric Wertham e dal senatore Estes Kefauver. Accusavano gli albi a fumetti di corrompere i giovani con immagini di violenza e sessualità. Le case editrici risposero dotandosi di una regolamentazione interna severa, il cosiddetto Comics Code. Questo devastò il mercato, entro il 1952 solamente le testate di Superman, Batman e Wonder Woman (tutte DC Comics) andavano in edicola regolarmente. Lee era disperato e pensava addirittura di mollare il settore. Ci pensò la moglie a sostenere Lee in crisi e lui partendo dall’idea che alla fine quel che conta è la il gruppo e anche la fragilità ha un valore, inventò la «rivoluzione Marvel». Assieme al disegnatore Jack Kirby idearono i Fantastici Quattro, pubblicati per la prima volta nel 1961. Fu un successo immediato. La creatività di Lee esplose in una moltitudine di nuovi titoli: Hulk (1962), Thor (1962), Iron Man (1963) e gli X-Men (1963), tutti in collaborazione con Kirby, Daredevil (1964) con Bill Everett e il Dottor Strange (1963) con Steve Ditko, con quest’ultimo Lee diede vita anche al personaggio Marvel più noto, l’Uomo Ragno, nel 1962. La chiave del successo? Erano eroi umani, grandi poteri e grandi debolezze coesistevano in tutti. Prima di Lee, i supereroi erano persone idealmente perfette, adamantine: Superman era così potente che nessuno avrebbe potuto ferirlo, e Batman era un miliardario… Gli eroi di Lee erano, invece, sempre problematici, spesso costretti a sporcarsi le mani. Moderni e al contempo mitici. L’altra idea eccezionale di Lee fu quella di rispondere alle lettere dei lettori (lo ha fatto per anni). Cambiò pure il metodo di lavoro, trasformando i disegnatori più bravi in co-sceneggiatori (anche se questo ha causato poi più di una diatriba). E ancora oggi questo metodo di lavoro è chiamato metodo Marvel. Sarebbe quanto abbiamo detto sin qui sufficiente a spiegare perché Lee nel settore dei fumetti è stato a lungo conosciuto semplicemente come L’Uomo (The Man). Ma esiste anche una seconda carriera di questo vero supereroe della sceneggiatura. Dal 1981 in poi si è trasferito in California e ha curato direttamente la trasposizione di gran parte dell’universo Marvel sul grande e sul piccolo schermo. Una seconda vita per tutti i suoi super eroi. Una seconda vita anche per lui. Ma dentro i fumetti le sue vite sono state davvero infinite.


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